Bari. «La cultura può essere cura. È uno strumento capace di generare benessere, rafforzare le relazioni e migliorare la qualità della vita delle persone».
Con queste parole Anna Maria Candela, dirigente della Regione Puglia e figura di riferimento per le politiche di welfare culturale, ha aperto l’incontro che si è svolto martedì scorso a Bari, negli spazi dell’ex Caserma Rossani, oggi Biblioteca del Mediterraneo, dedicato alla presentazione del Programma regionale e delle linee di finanziamento dei progetti di investimento.
L’Assessorato alla Cultura e Conoscenza della Regione Puglia, insieme alle strutture del Dipartimento Turismo, Economia della Cultura e Valorizzazione del territorio, è al lavoro per dare impulso alle azioni previste dal Programma regionale per il welfare culturale. Nel biennio appena trascorso, l’Amministrazione regionale ha avviato sperimentazioni territoriali, definito il Manifesto regionale per il welfare culturale e consolidato una rete di relazioni in seno alla Commissione Cultura della Conferenza delle Regioni.
In questi mesi sono in fase di definizione le procedure per l’attivazione di due linee di finanziamento destinate a enti locali, organizzazioni e imprese culturali e creative, a valere su risorse POC 2021–2027 dell’Accordo per la Coesione per la Puglia.
«Abbiamo cominciato a pensarci un paio di anni fa, quando ci siamo interrogati sulla sostenibilità delle community library», ha spiegato Candela ai nostri microfoni. «All’epoca non avevamo ancora le risorse, ma stavamo già programmando sui fondi europei 2021–2027».
Poi il passaggio operativo: «Le risorse sono diventate disponibili da fine anno, dopo le elezioni. Da lì abbiamo iniziato a costruire concretamente il programma».
Dalle community library a un sistema
Le community library hanno rappresentato il punto di partenza.
Spazi vivi, partecipati, capaci di generare comunità, ma spesso fragili nel tempo.
Da qui prende forma una visione più ampia: costruire percorsi sostenibili, capaci di tenere insieme cultura, educazione, sociale e salute. Non un modello calato dall’alto, ma un’evoluzione nata dalle pratiche già esistenti nei territori.
La presentazione del programma e degli ospiti
Nel corso dell’incontro, Candela ha illustrato la struttura del programma regionale, articolato in azioni di sistema e strumenti di finanziamento rivolti a enti locali e organizzazioni culturali. I bandi, in corso di elaborazione, saranno ad accesso selettivo ma aperti, niente click day…
Accanto a lei sono intervenuti:
- Mauro Paolo Bruno, direttore della Biblioteca del Mediterraneo, responsabile della pianificazione strategica del Polo bibliotecario e museale regionale;
- Paolo Ponzio, presidente del Consorzio Puglia Culture;
- Claudia Sergio, funzionaria regionale impegnata nella gestione operativa del programma;
Un confronto che ha coinvolto istituzioni, operatori culturali e realtà del territorio.
Riportiamo di seguito gli interventi.
MAURO PAOLO BRUNO: IL VALORE DEI LUOGHI E DELLO “STARE”
La Biblioteca del Mediterraneo diventa esempio concreto di spazio vissuto, non solo da studenti ma da una comunità più ampia. Un luogo in cui le persone entrano, si fermano, leggono, condividono. Un’idea semplice ma decisiva: tornare a progettare lo stare insieme. Non solo attività, ma presenza.
Non solo eventi, ma continuità.
LA BIBLIOTECA: «Benvenuti nella Biblioteca regionale, che prenderà il nome di “Biblioteca del Mediterraneo”. Questo è uno spazio che, pur non essendo ancora pienamente operativo nella sua funzione bibliotecaria, ha già iniziato a vivere, ospitando diverse attività.
Qui si stanno già sperimentando pratiche legate all’uso culturale e sociale degli spazi. Attualmente la struttura è aperta grazie a un accordo con il Comune di Bari, che ha partecipato a un bando ANCI rivolto agli enti locali.
Da questo percorso è nata una rete composta da organizzazioni e associazioni che stanno animando questi ambienti con attività laboratoriali, momenti informativi e iniziative condivise.
È particolarmente significativo che questo luogo, ancora in fase di avvio, sia già vissuto e curato. Credo molto nel valore degli spazi: quando un luogo è bello e accogliente, le persone sono naturalmente portate a rispettarlo e a costruire qualcosa al suo interno.
La cosa più bella è vedere i ragazzi e le associazioni utilizzare questi ambienti con attenzione e armonia. Sono ben 25 le organizzazioni coinvolte, impegnate in un calendario di attività concentrato tra marzo e aprile, e tutto sta funzionando nel migliore dei modi.
C’è ovviamente uno sforzo importante anche da parte della Regione Puglia, che garantisce non solo l’apertura degli spazi, ma anche la supervisione, il presidio e i servizi necessari.
Sono davvero contento di avviare qui questo ciclo di incontri territoriali dedicati a una misura che sta per nascere, anche grazie al quadro normativo in evoluzione.»
PAOLO PONZIO: UNA VISIONE CONDIVISA
Paolo Ponzio ha sottolineato il valore della collaborazione tra istituzioni e sistema culturale.
Il welfare culturale rappresenta una leva di innovazione:
- nella gestione dei luoghi
- nei rapporti tra pubblico e privato
- nella qualità dei servizi culturali
Un modello che valorizza le competenze e costruisce nuove connessioni.
MINERVINI: «Sviluppare nuova socialità significa, prima di tutto, costruire nuova comunità.
Questa mattina, a un certo punto, l’assessore ha citato Guglielmo Minervini. E io credo che il welfare culturale affondi le sue radici proprio nell’humus delle sue politiche.
Un pensiero che nasce da una visione chiara: quella della convivialità delle differenze, insegnata dal suo maestro, come perno su cui costruire un tessuto vivo. Un tessuto che non è soltanto sociale, ma profondamente culturale e, inevitabilmente, anche artistico.
Per questo, oggi, parlare di welfare culturale non significa semplicemente organizzare attività, ma generare legami, creare senso, tenere insieme ciò che rischia di separarsi. Ed è da qui che dobbiamo ripartire.»
ANNA MARIA CANDELA CANDELA : «L’obiettivo è descrivere il perimetro del modello che il programma propone e, successivamente, entrare nel merito delle azioni che abbiamo svolto, di quelle in corso e di quelle che realizzeremo nei prossimi anni—almeno nel prossimo triennio.
Per quanto riguarda l’approccio del welfare culturale nella promozione delle attività e nella valorizzazione del patrimonio culturale del nostro territorio, molti di voi lavorano da tempo in questo ambito: lo studiano, lo praticano, lo attraversano ogni giorno.
Conoscete quindi già gli approcci teorici che, negli ultimi anni, si sono consolidati anche grazie agli indirizzi di importanti organismi internazionali. Perché è bene dirlo con chiarezza: l’Italia non inventa nulla in questo campo, ma si inserisce in un quadro più ampio, già tracciato.
Penso in particolare all’azione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e alle numerose comunicazioni della Commissione Europea, che negli ultimi anni hanno posto attenzione su alcuni approcci fondamentali.
Il primo è l’approccio salutogenico: quello che riconosce nella cultura non un elemento accessorio, ma un determinante primario dei determinanti sociali della salute.
In altre parole, la cultura non è solo intrattenimento o produzione simbolica: è generazione concreta di benessere psicosociale, è costruzione di equilibrio, è qualità della vita.
Ed è da qui che dobbiamo partire.
Questo è un ambito di studio che negli ultimi anni ha prodotto risultati molto chiari.
Le neuroscienze stanno approfondendo in modo sempre più puntuale gli effetti che le attività culturali e sociali, svolte nei luoghi della cultura, generano sulle persone. E i dati ci dicono che questi effetti sono profondamente positivi: incidono sul benessere, sulle relazioni, sulla qualità della vita.
Questo è uno degli approcci che assumiamo come riferimento.
Accanto a questo, c’è l’approccio della prescrizione sociale, che richiama esperienze già consolidate anche a livello nazionale e internazionale.
Penso, ad esempio, a Sciroppo di Teatro, dove i pediatri “prescrivono” la partecipazione a esperienze teatrali per bambini e genitori. Oppure a Nati per Leggere, nato nei corridoi degli ospedali, dove la lettura diventa strumento di relazione: tra bambini, tra bambini e genitori, tra bambini e operatori sanitari.
In contesti spesso complessi e stressanti, soprattutto per i più piccoli, queste pratiche dimostrano una cosa molto semplice ma rivoluzionaria: non si prescrive il consumo culturale, ma la partecipazione attiva. E questa partecipazione diventa cura. Cura delle persone, ma anche delle relazioni.
Il terzo approccio è quello più ampio e, se vogliamo, anche più ambizioso: l’approccio della cultura generativa.
È un approccio che si lega direttamente alla visione politica che ha attraversato anche l’esperienza amministrativa di Antonio Decaro, quando si parlava di cultura come infrastruttura sociale, come leva capace di generare benessere e trasformazione.
Qui la cultura non è solo produzione artistica: è potenza sociale.
È ciò che costruisce comunità, rafforza identità, educa ai diritti, contrasta stereotipi, promuove legalità e antimafia sociale.
E, diciamolo con franchezza: spesso un laboratorio teatrale che coinvolge ragazzi e adulti è più efficace di molti cicli di seminari teorici.
Questo approccio è oggi fortemente sollecitato anche dalla Commissione Europea, soprattutto in vista della programmazione culturale 2027 e dei principi del New European Bauhaus.
In sintesi estrema, questi principi chiedono una cosa precisa: quando si investe in cultura, bisogna guardare prima di tutto alle comunità.
Non si tratta di abbandonare la logica della valorizzazione e dell’attrattività turistica—che anzi ha dato risultati importanti, soprattutto in Puglia—ma di affiancarla a una visione nuova.
Una visione in cui i luoghi della cultura, pubblici e privati, diventano attivatori di relazioni sociali, generatori di benessere, strumenti per rispondere ai bisogni reali delle persone.
Questo cambia anche le domande che dobbiamo porci.
Non basta più chiederci quanti spettacoli abbiamo prodotto, quanti spettatori abbiamo avuto, quanti libri abbiamo prestato.
Dobbiamo iniziare a chiederci: quale impatto abbiamo generato?
Quanto benessere abbiamo contribuito a costruire?
Quante relazioni abbiamo attivato?
Quanto lavoro di prevenzione sociale abbiamo sostenuto?
Perché è lì, in quelle risposte, che si misura davvero il valore della cultura.
Le sfide che il welfare culturale pone sono molte.
Ma il percorso che abbiamo avviato in Puglia va proprio in questa direzione: accompagnare tutto l’ecosistema culturale verso questo cambio di sguardo.
E lo faremo sostenendo attività che, in molti casi, esistono già.
Perché il lavoro di osservazione e scouting che abbiamo portato avanti in questi primi due anni è stato sorprendente: abbiamo intercettato e sostenuto pratiche culturali che, a volte inconsapevolmente, erano già esperienze di welfare culturale.
E questo è forse il dato più interessante.
Non stiamo inventando qualcosa da zero.
Stiamo riconoscendo, valorizzando e mettendo a sistema ciò che già vive nei territori.»
CLAUDIA SERGIO: IL PROGRAMMA COME PROCESSO
Entrando nel merito operativo, Claudia Sergio ha illustrato il lavoro in corso.
Il programma nasce come processo condiviso, costruito attraverso ascolto, osservazione e confronto con il territorio.
Un percorso che punta a:
- accompagnare le organizzazioni
- sviluppare azioni di sistema
- costruire strumenti di monitoraggio e valutazione
Tra questi, laboratori dedicati agli indicatori di impatto e alle forme di collaborazione tra pubblico e privato.
ORGANIZZAZIONI: «Un ruolo fondamentale lo stanno già svolgendo le imprese sociali e gli enti del Terzo Settore, che oggi rappresentano una componente sempre più rilevante del tessuto pugliese—se consideriamo insieme attività culturali, ludico-ricreative ed educative, arriviamo ormai a circa la metà del comparto. Ai Comuni, invece, spetta una sfida altrettanto decisiva: ricomporre la filiera istituzionale, costruire connessioni orizzontali tra le diverse politiche pubbliche.
E su questo, dobbiamo dirlo con onestà, siete stati voi—operatori, associazioni, realtà del territorio—ad averci insegnato quanto sia fondamentale mettere in comune competenze e professionalità diverse per lavorare davvero sulle persone e sulle relazioni delle comunità.
Il welfare culturale, in questo senso, è già oggi una leva potentissima di innovazione.
Innovazione nella gestione dei luoghi della cultura.
Innovazione nei rapporti tra pubblico e privato.
Innovazione nella qualità dei servizi culturali.
Ma anche innovazione nelle professioni: nelle ibridazioni possibili tra ruoli, funzioni, linguaggi.
E qui c’è un passaggio importante.
Per la prima volta, anche grazie al contributo del partenariato di settore abbiamo scelto un metodo diverso.
Ci è stato detto con chiarezza: non fate uscire subito gli avvisi.
Prima fermiamoci.
Prima capiamo insieme che cosa intendiamo davvero per welfare culturale.
Qual è il perimetro—non solo contabile, ma operativo—di questo lavoro.
E abbiamo raccolto questa indicazione.
Perché il rischio era ed è molto concreto: che questi strumenti vengano interpretati come tanti altri avvisi.
Tirati verso interventi strutturali—“completo le tecnologie”.
Oppure piegati alla logica dell’evento—“finanzio il festival che altrimenti non reggerei”.
Se succede questo, perdiamo tutto.
Lavorare in modo residuale su queste opportunità significherebbe sprecare una occasione enorme per tutta la Puglia.
E invece questa è una sfida vera: cambiare sguardo, prima ancora che strumenti.
In tutta Italia questo processo sta già prendendo forma, e anche noi abbiamo ritenuto necessario fermarci per chiarire il senso del percorso che stiamo costruendo.
Lo abbiamo immaginato come un percorso di apprendimento collettivo.
Un percorso in cui non c’è qualcuno che insegna e qualcun altro che impara, ma in cui tutti mettiamo in comune conoscenze ed esperienze.
Coinvolgeremo esperti con competenze specifiche, certo, ma il lavoro vero sarà nello scambio: tra Regione, Comuni, operatori culturali, organizzazioni.
Perché generare valore significa proprio questo: costruire insieme visione e strumenti, a partire dalle pratiche reali.
Questo approccio si riflette anche nella struttura del programma regionale.
AZIONI: «Abbiamo una linea di azione finanziata direttamente con risorse del bilancio regionale, e due linee di intervento attivate attraverso avvisi pubblici:
- una rivolta agli enti locali, titolari di beni e luoghi della cultura;
- l’altra rivolta alle organizzazioni, alle imprese culturali e creative.
Accanto a queste, ci sono le azioni di sistema, su cui mi soffermo brevemente.
Nel 2024 abbiamo avviato un percorso partecipativo che ha portato alla definizione del Manifesto regionale per il welfare culturale.
Un documento aperto, sottoscritto inizialmente dalle istituzioni pubbliche e progressivamente da soggetti privati e realtà del territorio, che continua ad ampliarsi.
Abbiamo inoltre lavorato per individuare e osservare esperienze significative già presenti, sostenendo sperimentazioni che, in molti casi, erano già esempi concreti di welfare culturale.
Parallelamente, abbiamo avviato un confronto con le altre regioni, anche nell’ambito della Conferenza delle Regioni, per costruire un quadro condiviso sulle politiche di welfare culturale.
Ora ci apprestiamo ad attivare nuove azioni di sistema, alcune delle quali saranno gestite direttamente dalla Regione.
Tra queste, una in particolare: la costituzione del Patto regionale per la lettura.
Esistono già molti Patti locali, ma manca ancora una cornice regionale capace di tenerli insieme.
Per questo abbiamo avviato un percorso che si fonda su accordi già sottoscritti nel 2024 con soggetti nazionali come ANCI e CEPELL, in sinergia con il sistema culturale regionale.
È un passaggio strategico.
Perché, ancora una volta, non si tratta solo di attivare iniziative, ma di costruire un sistema.
Le esperienze che realizzerete saranno fondamentali: contribuiranno ad arricchire il repertorio regionale delle professioni culturali e sociali.
E questo significa anche una cosa molto concreta: generare nuova e buona occupazione.
Accanto a questo, attiveremo due azioni di sistema che accompagneranno tutto il percorso.
La prima è un’azione laboratoriale, centrale: lavoreremo sugli indicatori di monitoraggio e valutazione dei progetti di welfare culturale.
Perché il punto è questo: imparare a farci le domande giuste e dotarci degli strumenti adeguati per misurare ciò che davvero conta.
Non solo i numeri, ma la qualità: il benessere, la felicità, gli impatti reali che le attività culturali producono.
Oggi le statistiche culturali disponibili non restituiscono questo lavoro.
Non raccontano ciò che già accade nei territori, e ancora meno ciò che possiamo costruire.
Il secondo laboratorio sarà dedicato a un altro nodo cruciale: le forme di collaborazione tra pubblico e privato.
Un percorso formativo rivolto ai colleghi dei Comuni, ma anche ai responsabili delle organizzazioni e delle imprese culturali e creative.
Lavoreremo sugli strumenti normativi—dal codice degli appalti al codice del Terzo Settore—ma anche sulle pratiche già in atto, penso in particolare ai patti di collaborazione.
Perché non basta avere le norme: bisogna saperle usare, e soprattutto saper costruire alleanze.
La seconda grande azione sarà sviluppata insieme al Welfare Cultural Center, una realtà riconosciuta a livello nazionale ed europeo.
Si tratta del soggetto che ha curato la traduzione e la diffusione in Italia delle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla cultura come determinante di salute, oltre ad altri strumenti di riferimento sulla prescrizione sociale.
Il lavoro che faremo con questo affiancamento non sarà sostitutivo, ma abilitante.
Nessuno scriverà progetti al posto vostro.
L’obiettivo è un altro: creare confronto, mettere in dialogo esperienze diverse, far crescere le idee progettuali.
Metterle, per così dire, “nel fuoco”.
Perché è lì che si rafforzano, si chiariscono, diventano davvero capaci di generare valore.»
COMUNICAZIONE: «Un’altra azione fondamentale che stiamo portando avanti è quella sulla comunicazione.
Non una comunicazione qualsiasi, ma la costruzione di un’identità visiva e narrativa del programma. Perché riteniamo essenziale raccontare non solo le iniziative, ma il percorso e il processo attraverso cui si costruisce il welfare culturale.
Non parliamo di eventi isolati, ma di processi.
E questi processi devono essere comunicati in modo integrato, riconoscibile, condiviso.
Su questo stiamo lavorando: definire una linea grafica comune, un linguaggio che possa essere utilizzato da tutti. »
MONITORAGGIO: «Parallelamente, abbiamo avviato una programmazione di azioni pilota.
Un lavoro di osservazione e monitoraggio che ci ha permesso di individuare esperienze significative sul territorio regionale—notiamo bene: non le uniche, ma quelle che utilizzano linguaggi diversi e che ci aiutano a leggere il fenomeno.
Teatro, musica, libro e lettura, cinema, identità territoriali.
Una mappa viva, che ci ha consentito di comprendere meglio cosa caratterizza davvero il welfare culturale.
Perché qui c’è un cambio di paradigma.
Fino ad oggi abbiamo ragionato—anche come sistema culturale—su un’idea legata alla produzione e alla promozione: iniziative, eventi, attrattività, turismo.
Oggi il passaggio è un altro.
Passare dalla fruizione alla partecipazione.
Dall’evento alla coprogettazione.
Dal pubblico come spettatore al pubblico come parte attiva.
E le esperienze che abbiamo osservato lo dimostrano con chiarezza.
Progetti culturali che lavorano sull’inclusione, anche in ambiti delicati come l’Alzheimer e le demenze, utilizzando linguaggi artistici come strumenti di cura e relazione.
Esperienze teatrali che operano in quartieri complessi, riqualificando spazi urbani e coinvolgendo direttamente le comunità.
Produzioni accessibili, capaci di includere persone non vedenti non solo come pubblico, ma come protagonisti.
Percorsi editoriali che utilizzano la comunicazione aumentativa e alternativa per rendere l’arte accessibile a tutti, costruendo reti tra biblioteche, enti locali e associazioni.
Progetti educativi che trasformano biblioteche e musei in luoghi di apprendimento diffuso, coinvolgendo migliaia di studenti e docenti.
Esperienze musicali che diventano strumenti di prevenzione sociale, lavorando con bambini in contesti di vulnerabilità e promuovendo coesione e senso di appartenenza.
Iniziative che valorizzano l’identità territoriale come leva di aggregazione e coprogettazione.
E perfino esperienze di gestione culturale affidata ai giovani, che trasformano luoghi chiusi in spazi vivi, costruiti dal basso.
Tutto questo ci porta a una sintesi chiara.
Queste sono esperienze di welfare culturale perché:
- generano benessere e prevenzione, facendo della cultura uno spazio di cura, relazione e crescita;
- attivano comunità, rafforzando legami sociali e senso di appartenenza;
- trasformano i luoghi della cultura in infrastrutture vive, capaci di rispondere ai bisogni reali delle persone.»
Queste esperienze favoriscono un’interazione reale tra più settori.
Non c’è un ambito che prevale sugli altri: cultura, sociale, educazione e salute dialogano in modo continuo, costruendo insieme risposte più efficaci.
In questo senso, il welfare culturale contribuisce a rafforzare l’infrastruttura sociale e agisce come dispositivo di rigenerazione urbana.
Ed è qui che avviene il vero cambio di approccio.
Si passa dall’evento al processo.
Il valore della cultura non sta più nel singolo appuntamento, ma nella continuità delle azioni, nella loro capacità di generare effetti nel tempo.
Allo stesso modo, cambia la relazione con il pubblico.
Non si parla più di fruizione passiva, ma di partecipazione attiva.
Di coinvolgimento.
Di coprogettazione.
Emergono così nuovi modelli di sviluppo sociale, fondati su alcuni elementi chiave:
- integrazione tra settori;
- accessibilità e inclusione;
- cultura come infrastruttura sociale;
- centralità del territorio e delle comunità, non più spettatrici ma protagoniste.
Per questo possiamo dirlo con chiarezza: il welfare culturale non è più una sperimentazione.
È già una realtà.
Una realtà diffusa nei territori, che oggi siamo finalmente in grado di riconoscere, nominare e valorizzare.
Il passo che ci attende è un altro: rafforzarla e renderla sistema, attraverso gli strumenti che verranno illustrati a breve.»
A CHI E’ RIVOLTO L’AVVISO: «L’avviso è rivolto al sistema delle organizzazioni e dei soggetti privati che operano nel settore culturale da almeno tre anni.
Saranno loro i promotori degli interventi, con una responsabilità precisa: costruire alleanze.
Perché, laddove non abbiano già al proprio interno una componente educativa o sociale, sarà necessario coinvolgere altri soggetti, in una logica di filiera orizzontale che è alla base del welfare culturale.
Non possono presentare candidatura:
- persone fisiche;
- gruppi informali;
- enti ecclesiastici.
Questo, però, non significa esclusione dalle progettualità.
Gruppi informali, associazioni giovanili, realtà di anziani o anche parrocchie possono essere coinvolti nei progetti, ma non come soggetti capofila o beneficiari diretti del finanziamento.
I beneficiari dovranno possedere almeno tre anni di esperienza nell’ambito della proposta progettuale.
Questo non esclude le realtà più giovani: significa, piuttosto, che le organizzazioni più strutturate devono assumersi la responsabilità della candidatura e accompagnare, nel percorso, soggetti emergenti, mettendo a disposizione competenze e capacità organizzative.
Per quanto riguarda i luoghi della cultura:
- le organizzazioni che ne sono titolari o che ne hanno disponibilità potranno ancorare lì il progetto;
- ma potranno partecipare anche soggetti che operano in modo diffuso sul territorio, senza un luogo specifico.
Elemento imprescindibile sarà la costruzione di partenariati pubblico-privati.
Se parliamo di prescrizione sociale e di benessere, è evidente che un teatro, un cinema o una biblioteca non possono lavorare da soli:
servono alleanze con scuole, centri socio-educativi, servizi sociali, imprese del terzo settore.
Ogni proposta dovrà prevedere un piano di gestione sostenibile.
Non solo realizzare attività, ma costruire condizioni di continuità e crescita, anche interna all’organizzazione:
- sviluppo di competenze;
- rafforzamento dei profili professionali;
- eventuale potenziamento tecnologico o funzionale dei luoghi.
Attenzione però: ci sono limiti precisi.
Questo non è un avviso per finanziare strutture o contenitori.
Esistono altri strumenti per quello.
Qui si finanziano attività, relazioni, processi.
La natura dei progetti è quindi chiara:
non singoli eventi, ma percorsi.
Percorsi di crescita, per le organizzazioni e per le comunità.
Per questo la durata prevista va:
- da un minimo di 12 mesi (potrebbe subire variazioni, tenendo conto dei suggerimenti presentati da alcuni operatori nel corso dell’incontro)
- fino a un massimo di 36 mesi
con la possibilità di sviluppare cicli pluriennali.
Le tipologie di intervento ammissibili sono molteplici.
Tra queste:
- percorsi di prescrizione sociale rivolti a specifici gruppi;
- riprogettazione dei servizi nei luoghi della cultura;
- nuove produzioni artistiche integrate con attività educative e sociali;
- progetti di accessibilità e inclusione;
- digitalizzazione di archivi e patrimoni, accompagnata da percorsi di attivazione culturale;
- integrazione tra servizi culturali e socio-sanitari, per sviluppare percorsi socio-riabilitativi.
Il punto è sempre lo stesso:
non separare, ma integrare.
Ibridare i ruoli, i linguaggi, le competenze.
Perché è lì che nasce davvero il welfare culturale.
Ma deve essere chiaro: questo avviso non finanzia eventi.
Per festival e grandi iniziative esistono altre linee di finanziamento.
Qui finanziamo processi.
Percorsi di lavoro continuativi che le organizzazioni già realizzano e che possono potenziare e ripensare per le proprie comunità.
Non saranno finanziati progetti in cui un’organizzazione culturale pensa di bastare a se stessa.
Perché questo contraddirebbe il principio stesso del welfare culturale.
La cultura che cura, che educa, che genera riscatto ha bisogno di alleanze.
Ha bisogno di territori, di relazioni, di integrazione tra soggetti diversi.
Allo stesso modo, non saranno finanziate iniziative in cui non sia chiaro il valore sociale che si intende generare.
Ogni proposta deve esplicitare con precisione quale impatto vuole produrre nel contesto di riferimento.
Per questo è fondamentale il lavoro di accompagnamento.
Un affiancamento critico, che non serve a scrivere i progetti al posto vostro, ma a porre domande, a chiarire obiettivi, a far emergere la multidimensionalità degli interventi.
Veniamo alla dotazione finanziaria.
La Regione Puglia ha fatto una scelta forte—e oggi, senza timore di smentita, unica nel panorama nazionale.
Stiamo investendo risorse significative, anche attraverso fondi strutturali, in un programma che si svilupperà lungo il ciclo 2026–2030. Contributi previsti da 100.000 a 250.000 euro a progetto.
PROCEDURA A SPORTELLO: «Abbiamo scelto, anche per questi avvisi, una procedura a sportello.
Questo significa una cosa molto semplice: non ci sarà un click day.
Non ci sarà la corsa a inviare la domanda nel minor tempo possibile.
Anzi, le esperienze precedenti—sui luoghi della cultura, sugli interventi locali e sull’efficientamento energetico—ci hanno dimostrato il contrario: non solo non c’è stata una saturazione immediata delle risorse, ma in alcuni casi abbiamo anche prorogato i termini.
E questo ci permette di lavorare con maggiore serenità.
La procedura negoziale serve proprio a questo:
da un lato, garantire tempi rapidi di risposta alle candidature;
dall’altro, aprire uno spazio di dialogo.
Un dialogo che consenta alle organizzazioni di migliorare le proprie proposte.
Se un progetto non raggiunge la soglia minima—indicativamente il 60% del punteggio—non viene semplicemente escluso: potrà essere rivisto, rafforzato e ripresentato.
Anche la candidatura, quindi, diventa un processo.
Un percorso accompagnato, anche grazie ai servizi di affiancamento previsti.
Allo stesso modo, gli interventi—sia per i soggetti privati sia per gli enti locali—saranno oggetto di una verifica intermedia.
A metà percorso, valuteremo lo stato di avanzamento reale dei progetti.
Non per penalizzare, ma per responsabilizzare.
Se emergono criticità rilevanti—ritardi, difficoltà operative, partenariati non funzionanti—avremo la possibilità di intervenire:
- riorientando le risorse
- oppure interrompendo interventi che non stanno procedendo in modo adeguato
Le risorse, in quel caso, potranno essere rimesse in circolo e destinate a progetti che dimostrano solidità e capacità di sviluppo.
Non è una logica punitiva.
È una logica di valore.
L’obiettivo è utilizzare al meglio tutte le risorse disponibili, evitando che restino bloccate su interventi che, per vari motivi, non riescono a progredire.
Per questo gli impegni saranno articolati in due fasi, proprio per garantire flessibilità e capacità di adattamento.»
