Conversano. Sala piena, applausi convinti e un Eduardo De Filippo che continua a dimostrare una verità semplice: i grandi testi non invecchiano mai. “Non ti pago”, portata in scena dagli allievi del laboratorio teatrale dell’Università Popolare e della Terza Età “Donato Verna” di Conversano, ha regalato al pubblico una serata intensa, ironica e profondamente umana.

Dopo il saluto del presidente dell’Upte, Giovanni Sibilia, e del sindaco Giuseppe Lovascio, appena rieletto ci siamo immersi nella storia con le parole della narratrice, Isabella L’Abbate, che ha illustrato poeticamente il senso della commedia.

La storia ruota attorno a Ferdinando Quagliuolo, gestore di un banco lotto napoletano, ossessionato dal gioco ma perseguitato da una sfortuna cronica. Il suo dipendente, Mario Bertolini, invece vince continuamente, quasi per magia. Il colpo di grazia arriva quando Mario sogna il padre defunto di Ferdinando e, grazie ai numeri ricevuti in sogno, centra una quaterna milionaria. Ferdinando impazzisce di rabbia: è convinto che quei numeri spettassero a lui “per diritto ereditario”. Da lì nasce il celebre: “Non ti pago!”.

Gli attori non professionisti hanno affrontato il palco con coraggio e passione, riuscendo a restituire il ritmo e l’anima della commedia eduardiana. Angela Nonna, Anna Maria Greco, Anna Antonacci, Bianca Renna, Dina Fanelli, Eleonora Chiricallo, Enza D’Ambroso, Gaetano Martino, Giuseppe Lomele, Giusi Pascale, Mimmo Scisci, Mina Lofano, Nunzio Sansonna, Piero Carvutto, Teresa Lovecchio e Vito Pignataro hanno costruito uno spettacolo vivo, autentico, sostenuto dall’adattamento e dalla regia di Andrea La Selva e dalla direzione scenica di Gisella Pace. Le musiche originali di Osvaldo Laviosa, eseguite insieme ad Afra Laviosa, hanno accompagnato una messa in scena resa ancora più viva dalla scenografia di Francesco Capriglia, dalle fotografie di Nico Nardomarino e dal supporto tecnico di International Sound per luci e audio.

Eppure, prima ancora che si aprisse il sipario, un’altra rappresentazione aveva già preso forma in platea. Posti occupati con borse, giacche e sciarpe per “parenti in arrivo”, file presidiate come territori da difendere, spettatori costretti a cercare sedie libere mentre altre restavano inutilmente vuote. Ad un certo punto lo stesso regista, all’inizio dello spettacolo, ha richiamare il pubblico a un comportamento più corretto e rispettoso, soprattutto per l’uso dei cellulari.

Ed è forse qui che il teatro lancia una riflessione più ampia. Perché il problema non sono soltanto le poltrone occupate. È quell’idea, ormai sempre più diffusa, secondo cui il bene comune possa essere piegato alla comodità personale. Come se il “tengo il posto” fosse più importante del rispetto degli altri.

Paradossalmente, Eduardo avrebbe sorriso amaramente davanti a una situazione simile. Perché le sue commedie raccontano proprio questo: le piccole debolezze umane, gli egoismi quotidiani, le contraddizioni di persone capaci di commuoversi davanti all’arte e subito dopo dimenticare le regole più semplici della convivenza civile.

E allora il merito più grande di questa serata resta doppio. Da una parte quello degli interpreti, che hanno dimostrato quanto il teatro amatoriale possa raggiungere livelli sinceri e coinvolgenti quando nasce dalla passione vera. Dall’altra quello del teatro stesso, che continua a essere uno specchio impietoso ma necessario della società.

Perché il sipario, in fondo, non divide il palco dalla platea. Racconta semplicemente gli uomini. Tutti.

E allora, prendendo in prestito Eduardo, questa volta qualcuno avrà pure pensato “Non ti pago”, visto che l’ingresso era gratuito. Ma forse è proprio questo il problema: quando una cosa non costa nulla, qualcuno finisce per credere che non valga nulla. In realtà IO TI DEVO PAGARE!!! In termini di rispetto, di silenzio e anche di biglietto.

Perciò un consigliamo agli organizzatori viene quasi spontaneo: la prossima volta fate pagare il biglietto. Anche simbolico. Perché forse, davanti a una platea rumorosa, Eduardo oggi aggiornerebbe il titolo così: “Non ti pago”… no, stavolta paghi eccome.

E pure il posto numerato.