Conversano. Prima del santo c’è l’uomo. Con le sue paure, le ambizioni, le contraddizioni, le cadute. Con quella parte fragile che spesso trascorriamo una vita intera cercando di nascondere agli altri e, qualche volta, persino a noi stessi. È da questo Francesco profondamente umano che prende le mosse L’eresia di Francesco. Storia di un santo che divenne uomo fino in fondo, il libro di don Cosimo Schena, edito da Elledici, presentato a Conversano nell’ambito della Festa di San Rocco, per volontà del Comitato presieduto da Manuela Maciopinto con il patrocinio del Comune. Un viaggio nella vita del santo di Assisi, ma soprattutto dentro l’uomo Francesco.
Ad aprire l’incontro sono stati i saluti istituzionali dell’assessore al Turismo Carlo Gungolo e dell’assessora alla Cultura Rosa Anna Ramunni. A moderare la presentazione la giornalista Maria Sportelli, accompagnata in questo percorso da Claudio Maciopinto, antropologo, che ha offerto una lettura storica e antropologica della figura di Francesco, intrecciandola anche ad alcune esperienze di vita nelle quali il messaggio francescano trova una sua concreta testimonianza.
Sacerdote, filosofo, psicologo e scrittore, nato a Brindisi, don Cosimo Schena è parroco della chiesa di San Francesco nel quartiere La Rosa. Grande comunicatore anche sui social (oltre un milione di follower), nel suo libro sceglie di avvicinarsi a una delle figure più conosciute della cristianità compiendo quasi il percorso contrario rispetto a quello al quale siamo abituati: togliere per un momento l’aureola per ritrovare l’uomo. Perché Francesco non nasce santo. È un ragazzo che vuole diventare qualcuno, cerca il riconoscimento degli altri, immagina il proprio futuro e desidera conquistarsi un posto nella società. Persino la guerra, inizialmente, gli appare come una possibilità per dimostrare il proprio valore. «La guerra arriva nella vita di Francesco non con il volto della paura, ma con quello di una promessa. Non la immagina come una tragedia, ma come una possibilità, come se per diventare davvero qualcuno dovesse passare proprio di lì».
Ma Francesco dalla guerra torna diverso. Il suo sguardo sul mondo è cambiato e cambia anche il rapporto con il padre. Quello che fino a poco tempo prima gli sembrava desiderabile comincia a perdere significato e il progetto di vita costruito intorno a lui lentamente si sgretola.
«Francesco, quando torna dalla guerra, non è diventato triste. È diventato più attento, più consapevole. E la consapevolezza assomiglia molto alla solitudine». È proprio quando il progetto dell’uomo che pensava di dover diventare comincia a crollare che Francesco incontra Dio. Ma, sottolinea don Cosimo, quello è soltanto il punto di partenza. «Francesco comprende che il suo valore non dipende dallo sguardo degli altri, dal rispetto che può ottenere dalla città, dall’aver partecipato alla guerra o da quello che gli altri si aspettano da lui. Scopre che è possibile lasciarsi amare così come si è: fragili, fuori posto, senza difese».
Ed è qui che la vicenda di un uomo vissuto più di ottocento anni fa incontra con sorprendente immediatezza il nostro presente. «Viviamo in una società che ci vuole continuamente performanti – spiega don Cosimo –. Bisogna riuscire, produrre, apparire, raggiungere obiettivi. Essere sempre all’altezza. E appena raggiunto un traguardo, ce n’è già un altro con il quale misurarsi».
Una pressione che pesa soprattutto sulle nuove generazioni, immerse in un confronto continuo, dove il valore personale rischia di confondersi con il risultato raggiunto e con l’approvazione degli altri. Si finisce così per essere sempre in gara e, qualche volta, senza sapere neppure contro chi. È proprio parlando dei ragazzi che don Cosimo pone l’accento sulla necessità di recuperare testimonianze autentiche: «Il problema più grande dei ragazzi di oggi è forse la mancanza di testimonianze forti e credibili. Non hanno bisogno di persone perfette da imitare, ma di qualcuno che mostri loro, attraverso la propria vita, che si può cadere senza essere sconfitti, che davanti alle prime difficoltà non bisogna arrendersi e che si può lavorare su se stessi senza vivere nell’ossessione di diventare perfetti o di essere uguali agli altri».
Francesco, del resto, compie un movimento esattamente contrario a quello che la società contemporanea sembra suggerirci. Noi aggiungiamo risultati, riconoscimenti, ruoli, immagini da mostrare. Francesco toglie. La celebre spogliazione davanti al padre diventa allora molto più della rinuncia ai beni materiali. «Nel restituire al padre denaro e vestiti, Francesco non cerca una messa in scena. Fa soltanto ciò che sente di non poter più evitare. Non si spoglia semplicemente dei suoi abiti, ma di ciò che quegli oggetti rappresentano: il figlio brillante, il futuro mercante, il ragazzo destinato al successo». La nudità davanti agli uomini e davanti al padre diventa così nudità davanti a se stesso. Rimane Francesco, senza l’identità che gli altri avevano immaginato per lui.
Ma il viaggio verso se stesso e verso Dio non procede lungo una strada fatta soltanto di certezze. Arriva un momento in cui persino Dio sembra tacere. «Devi avere pazienza. È una prova. Dio c’è. Sì, forse c’è, ma tu non lo senti. E quando non lo senti, la fede non è una casa: è fatica». La fede, in quel momento, non consola Francesco: vacilla. Non perché abbia deciso di smettere di credere, ma perché perde l’immagine del Dio che fino ad allora lo aveva accompagnato, un Dio che orienta, rassicura, indica una strada. «Quando Dio tace emergono domande che erano state tenute sotto controllo. Il silenzio non condanna Francesco, lo mette davanti a se stesso. Comincia a vedersi per quello che è davvero: un uomo pieno di desideri, di paure e di contraddizioni. Il silenzio di Dio non gli consegna un nome nuovo. Gli toglie quello vecchio». Francesco resta allora su una soglia: non può più tornare indietro, ma non conosce ancora la strada che ha davanti.
Dentro questo percorso si colloca uno degli incontri destinati a segnare definitivamente la sua esistenza: quello con il lebbroso. Anche qui don Cosimo restituisce Francesco alla sua umanità prima ancora che alla santità. «Francesco non è diverso dagli altri uomini. Non è ancora santo, non è capace di un amore eroico. Davanti al lebbroso prova disgusto». Ed è proprio quel sentimento così umano a rendere decisivo ciò che accade dopo. Francesco non fugge. Nel corpo ferito del lebbroso non vede soltanto un altro uomo, ma intravede qualcosa che potrebbe riguardare anche lui. «Vede la fragilità che non si può correggere, la malattia che non si può guarire, una condizione che la volontà non può migliorare. E comprende che la fede non consiste nell’amare ciò che è bello, ma nel restare davanti a ciò che sembra irrimediabile senza fuggire».
Francesco bacia il lebbroso ed è un punto di non ritorno. «In quell’istante Francesco perde l’innocenza spirituale. Non può più credere in un Dio che salva senza ferire, in un amore che non costa o in una bontà che non attraversa il disgusto». L’incontro smonta definitivamente la sua idea di purezza: da quel momento la sua esistenza non sarà più una ricerca di perfezione, ma un cammino dentro l’umanità, la carne e il limite. Su questo percorso si è innestata anche la riflessione dell’antropologo Claudio Maciopinto, che ha riportato Francesco dentro la storia e dentro l’esperienza concreta dell’uomo, mostrando come alcuni dei suoi interrogativi continuino ad appartenerci e come il messaggio francescano possa ancora trovare espressione nelle scelte della vita quotidiana.
A conclusione dell’incontro sono intervenuti don Felice Di Palma, rettore zonale e arciprete della Basilica Cattedrale di Conversano, e la presidente del Comitato Festa Manuela Maciopinto, chiudendo una serata che, attraverso la figura di Francesco, ha portato la riflessione dal terreno della fede a quello profondamente umano della fragilità, dell’accettazione di sé e del rapporto con gli altri.
È forse questo il filo che attraversa L’eresia di Francesco: Francesco non diventa santo cancellando la propria fragilità. La attraversa, la riconosce, impara a non fuggirne. E a distanza di otto secoli la sua storia continua a porre una domanda estremamente contemporanea: quanto del nostro valore dipende ancora dallo sguardo degli altri? Forse l’“eresia” del Francesco raccontato da don Cosimo Schena è proprio questa: ricordarci che non dobbiamo essere perfetti per essere degni d’amore e che il viaggio più difficile, qualche volta, non è quello necessario per diventare qualcun altro. È quello che ci riporta, finalmente, a noi stessi.
Ph – Mimmo Donghia




























