di Pasquale Daniele
A Bari, in pochi giorni, migliaia di agricoltori sono scesi in piazza. Prima gli olivicoltori, il 12 ottobre, poi altri quattromila manifestanti che, il 14 ottobre, hanno attraversato il lungomare con i trattori. Qualche giorno prima, sulla provinciale 231, tra Bitonto e Palombaio, circa trecento agricoltori avevano bloccato la strada per protestare contro il crollo del prezzo dell’olio e l’aumento dei costi di produzione.
Sono fatti, non impressioni. E raccontano una crisi che rischia di mettere in ginocchio una parte importante della nostra economia.
Eppure, davanti a tutto questo, mi viene da chiedermi quanto spazio occupino realmente le difficoltà del Mezzogiorno nel racconto quotidiano del nostro Paese. Perché una cosa è dare una notizia, un’altra è farne comprendere l’importanza. Una cosa è mostrare per qualche secondo i trattori incolonnati, un’altra è raccontare chi li guida, perché è arrivato a fermarsi e che cosa rischia di perdere.
Noi che viviamo da queste parti sappiamo bene che cosa significhi. Basta attraversare le campagne di Conversano, Bitonto, Terlizzi, Ruvo, Corato o dei tanti paesi che circondano Bari per capire quanto lavoro, quanta fatica e quanta vita ci siano dietro un uliveto. Ci sono famiglie che da generazioni coltivano la stessa terra, piccoli proprietari che continuano a lavorarla anche quando i conti non tornano, uomini che conoscono il prezzo di ogni giornata di lavoro e che oggi si ritrovano a vendere il frutto dei propri sacrifici a condizioni sempre meno sostenibili.
L’olio, denunciano i produttori, viene acquistato oggi intorno ai quattro euro al chilogrammo, dopo aver raggiunto prezzi ben più alti nei mesi precedenti. Nel frattempo aumentano il gasolio, i concimi, l’energia, l’acqua e le spese necessarie per mandare avanti un’azienda agricola. È un’equazione che non può reggere all’infinito. E quando un agricoltore arriva a chiedersi se valga ancora la pena raccogliere le olive, il problema è diventato terribilmente serio.
A Bitonto, durante la protesta, uno degli striscioni diceva: «Non chiediamo elemosina, chiediamo dignità». Credo che quelle poche parole raccontino la situazione meglio di tante dichiarazioni politiche.
Intanto, nel Foggiano, agricoltori e autotrasportatori protestano contro il caro carburante. A Taranto, gli operai dell’ex Ilva lottano per il proprio futuro, mentre il blocco degli accessi alla raffineria Eni ha provocato difficoltà nell’approvvigionamento dei carburanti anche nel Barese. Vicende diverse, certamente, ma dietro le quali si ritrova la medesima paura: quella di non riuscire più a vivere dignitosamente del proprio lavoro.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché tante difficoltà del Sud sembrano destinate a rimanere soprattutto notizie locali?
Non voglio sostenere che l’informazione nazionale le ignori completamente. Sarebbe falso e ingiusto nei confronti di chi, anche in questi giorni, sta raccontando le proteste. Ma credo che esista ancora una differenza tra il modo in cui il nostro Paese percepisce ciò che accade nei suoi principali centri economici e quello in cui guarda alle difficoltà delle regioni meridionali. Come se certe crisi, quando nascono al Sud, fossero quasi una conseguenza naturale di una condizione alla quale ci siamo tutti, colpevolmente, abituati.
E invece non dovrebbe essere così.
Una crisi dell’agricoltura pugliese non riguarda soltanto i pugliesi. Come non riguarda soltanto i tarantini la vicenda dell’ex Ilva, né soltanto i siciliani quella dei loro autotrasportatori. Sono questioni nazionali, perché riguardano il lavoro, l’economia, la produzione e il futuro di intere comunità. Eppure sembra che, per conquistare un’attenzione adeguata, il Mezzogiorno debba ogni volta alzare la voce, occupare una strada, fermare un’attività, provocare un disagio.
Non si tratta di rivendicare privilegi per il Sud o di contrapporlo al Nord. Il dolore di chi perde il lavoro a Bari non è diverso da quello di chi lo perde a Torino. La fatica di un agricoltore pugliese non vale più di quella di un agricoltore lombardo. Proprio per questo, però, dovrebbe meritare la stessa considerazione.
Vorrei un’informazione capace di arrivare oltre la cronaca della protesta, di entrare nelle case di chi la vive, di raccontare il volto umano di una crisi economica. Perché dietro un trattore fermo non c’è soltanto un agricoltore arrabbiato. C’è spesso una famiglia che ha investito tutto in quel lavoro, ci sono debiti da pagare, figli da mantenere, anni di sacrifici e il timore di vedere andare perduto ciò che si è costruito in una vita.
E c’è anche una ferita più profonda, che conosco bene e che credo molti meridionali possano comprendere: la sensazione di dover dimostrare continuamente che le proprie difficoltà meritano di essere prese sul serio.
Il Sud non ha bisogno di compassione, né di essere raccontato come una terra eternamente sfortunata. Ha risorse, capacità, intelligenze e persone che continuano a lavorare con una tenacia straordinaria. Ha bisogno, piuttosto, che i suoi problemi siano riconosciuti per quello che sono, senza rassegnazione e senza quella sottile indifferenza che talvolta accompagna le difficoltà considerate ormai abituali.
Perché anche l’informazione può contribuire ad allargare o ad accorciare le distanze tra gli italiani. E un Paese è davvero unito quando ciò che accade a Bari interessa anche chi vive a Milano, quando la preoccupazione di un agricoltore di Conversano viene compresa anche da chi non ha mai visto un uliveto, quando nessuno deve sentirsi lontano abbastanza da poter essere dimenticato.
Il Sud non chiede che si parli più forte dei suoi problemi. Chiede che vengano ascoltati con la stessa attenzione riservata a quelli del resto d’Italia.
Perché, alla fine, la distanza più dolorosa tra Nord e Sud non è sempre quella che separa due territori. A volte è quella, molto più difficile da colmare, che separa chi soffre da chi non si accorge della sua sofferenza.





