Conversano (Bari) – Storia di una giornata: 18 Marzo 2026. L’Ora di Calliope. Parole e versi in ricordo di Gino Locaputo. Su un cavalletto di legno, in fondo alla sala convegni di San Benedetto, al primo piano, c’è la foto di Gino Locaputo, scattata da Nico Nardomarino. Uno sfondo nero e una cornice verde, Gino è ritratto con un libro tra le mani, il petto nudo e lo sguardo perso tra le righe. Appare come un saggio, o forse come un filosofo. Un uomo nella sua essenza più pura, senza difese ma, allo stesso tempo, forte della sua sapienza. Quel libro è la sua anima: è lì che hanno trovato sede le visioni che lo hanno accompagnato fin dal primo vagito, immagini diventate parole, pensieri che si adagiavano con la fluidità di un sorso di vino e impressi con voluttà nella materia per non essere dimenticati. Oggi sono impressi nella nostra memoria come un dono che viene da un mondo dimenticato.


In quell’immagine sembra esserci tutto il senso della sua eredità: il richiamo alla cultura, alla conoscenza, alla necessità profonda della sapienza. Quella cultura di cui Gino Locaputo è stato interprete e portavoce, lasciando nella città di Conversano un segno importante, forse irripetibile. Visionario, sì, come in molti lo hanno definito. Ma anche bambino, nel senso più alto e raro del termine: capace di meravigliarsi ancora, fino alla fine. E il sogno di Gino aveva un nome preciso: Festival Mediterraneo.
Un sogno che, come ha ricordato Brigida Forte, ideatrice e organizzatrice insieme a lui, per 18 anni, di quella straordinaria avventura, “è stato prima di tutto un luogo di incontro tra culture, uno spazio in cui scoprire l’altro senza filtri e senza paura. Perché l’altro porta con sé una storia, una voce, una ferita, una verità. Ed è solo nell’apertura all’alterità che può nascere un confronto autentico, libero dal timore e dalla chiusura. Ci animava un desiderio: capire come si facesse teatro nelle altre nazioni, negli altri mondi. Lo sappiamo dai libri come nacque il teatro in Grecia, ma com’era il teatro a Baghdad, in Iraq, a Cuba, in Giordania, in Siria? Era lì che Gino cercava l’umanità. Era lì che cercava il dialogo. Ed era lì che incontrava davvero l’altro. Gino Locaputo era questo: prima ancora che un personaggio, era una persona. Certo, con i suoi difetti, come tutti gli uomini veri. Ma capace di creare qualcosa di nuovo, di inatteso, di straordinario. Qualcosa che qui non si era mai visto prima. E allora viene naturale chiedersi: perché non riconoscere fino in fondo questo valore? Perché non restituire il giusto posto a un uomo che ha saputo anticipare i tempi, non solo parlando di Mediterraneo in anni in cui farlo non era affatto scontato, ma anche quando si parlava di teatro, di inclusione, di umanità concreta? Oggi usiamo molte parole: inclusione, accoglienza, partecipazione. Parole giuste, certo. Ma Gino, prima ancora che queste diventassero lessico comune, le metteva già in pratica. Le faceva vivere. Quando coinvolgeva i bambini nel teatro, quando apriva la scena anche ai più fragili, quando accoglieva senza etichette e senza proclamazioni, Gino non teorizzava: realizzava. Faceva accadere ciò che pensava. Ne sono testimonianza anche i suoi libri e gli spettacoli che da essi hanno preso vita, come il bambino, il drago e gli uomini cattivi o Il gigante buono. Perché Gino non è stato soltanto il Festival del Mediterraneo. Gino è stato molto di più. È stato attore, regista, compositore, poeta. Ma soprattutto è stato un uomo che abitava la poesia. La sua casa era la poesia. E in quella casa entravano il teatro, il sorriso, il sogno, la relazione umana.”



Nella sala, intanto, arrivavano gli amici, la famiglia, i volti noti, le persone che gli erano state accanto per anni e quelle che magari lo avevano incontrato una sola volta, ma senza dimenticarlo più. Piano piano lo spazio si è riempito, come se tante piccole gocce del Mediterraneo fossero tornate alla sorgente. Una dopo l’altra. In silenzio. In ascolto. Come richiamate da un’onda sottile, da una memoria viva, da un’affezione che non si è mai spenta.




E così la sala convegni di San Benedetto si è colmata di presenze, di ricordi, di gratitudine. Di tutte quelle persone che, in un modo o nell’altro, hanno accompagnato Gino in un tratto del suo cammino: chi attraverso l’arte, chi attraverso un sorriso, chi grazie alla sua disponibilità, chi semplicemente per averne incrociato la luce.
Il suo era un talento innato. Qualcosa che non si può spiegare fino in fondo, ma che si riconosce subito, quando passa nella vita di una comunità e vi lascia una traccia. E quella traccia, oggi, è ancora qui.
Mi piace pensare, però, continuando questo racconto accomodata sulle parole della immaginazione, che Gino sia stato, in qualche modo, illuminato dalla poesia. Da bambino, nel cuore del centro storico di Conversano, dove viveva, incontrò il poeta armeno Hrand Nazariantz.
“Lo sai, Maria, io ero già un bambino grande… pesavo più di quattro chili alla nascita. E a tre, quattro anni camminavo da solo tra le strade del centro storico. Mia madre mi lasciava libero… ed è lì che l’ho incontrato. Quell’uomo è stato il mio mentore. È stato lui ad accendere la miccia nel mio modo di pensare per immagini, nel mio essere quello che sono diventato.”
C’è qualcosa di misterioso in questo incontro. Come se una scintilla fosse passata di mano in mano, da un poeta all’altro, da una visione all’altra. Come se la poesia, invece di essere solo scritta, si fosse incarnata, trasmessa, consegnata.
E quella scintilla Gino non l’ha mai trattenuta per sé.
L’ha condivisa. Sempre. Difatti, di tutto possiamo dire di Gino, ma che non fosse un uomo generoso? Assolutamente no. Gino era la generosità in persona.



Un talento che sapeva riconoscere il talento altrui. Che dava occasione, spazio, possibilità. A chiunque incontrasse sul suo cammino. Per caso, o perché il destino aveva deciso così.
“Avevo 9 anni – ha raccontato Vito Lopriore, attore e regista – quando l’ho incontrato la prima volta. Sono cresciuto sui suoi passi e oggi sono qui a raccontare di lui. L’esperienza più bella – insieme ad altri amici – il viaggio a Baghdad per partecipare all’ultimo Festival Internazionale di Babilonia, prima della caduta di Saddam”.
E chi se lo dimentica!!! Caro Vito, c’è chi la storia la scrive e c’è chi la vive. In quel periodo — siamo nel 2002 — l’America minacciava l’invasione dell’Iraq, paventando la presenza di armi nucleari… noi eravamo lì, nella Mezzaluna Fertile, a manifestare contro la guerra, a parlare la lingua dell’arte universale, a danzare sotto le stelle la tarantella del Gargano con i Terranima.
Oggi siamo ancora su quella marcia, sventolando la bandiera italiana, che è diventata un lenzuolo funebre, perché alla fine l’America ha sempre ragione, anche quando ha torto.

La pace? Gino ripeteva: sono due mani che si stringono.
Considerata la situazione internazionale, le mani dell’America sono nel posto sbagliato: alla gola dei popoli oppressi nella completa e assoluta staticità del nostro Governo. Ma questa è un’altra storia…
Un’altra bambina folgorata dalla luce della sapienza, oggi donna straordinaria, è Savia Damato: ha letto una poesia “Sogno d’Amore” di Gino tratta dal libro Viaggio Mediterraneo (Secop Edizioni), che mi pregio di aver scritto a quattro mani con il mio maestro.




La sua emozione è stata la mia.
Abbiamo vissuto nel sogno di Gino, immerse in una dimensione quasi surreale, fuori dal comune. E’ stato e continuerà ad essere straordinario nei nostri sogni per sempre.
Non era necessario andare tanto lontano per respirare il Medioriente, nel teatro dell’impegno, Mediterranea Art, arrivavano i pensieri del mondo a conversare. In un piccolo garage di via Mario La Volpe, dove aveva sede il sogno Mediterraneo.

Un sogno che non è mai scomparso, non si è esaurito. Vive in ciascuno di noi. È un seme che lui ha posto, e che ognuno interpreta e porta avanti con il proprio percorso, con la propria storia, con la propria meraviglia. Perché Gino era questo: un bambino capace ancora di meravigliarsi.
Pensando alla serata da organizzare mi sono venute alla mente le sue parole: “metti tutto per iscritto così non ti dimentichi“, mi diceva.
Era preciso. Prima di ogni appuntamento, quando la salute glielo permetteva, scrivevamo e ripassavamo la scaletta. Lui non dimenticava nessuno, io ho dimenticato di dare voce agli amici in sala, nel momento conclusivo…mi perdonerete, è dura affrontare la consapevolezza della sua assenza !! Lui per me era come un altro padre. Il mio mentore barbuto e brontolone vestito da babbo Natale. Sono naufraga del Mediterraneo e adesso cammino sulla riva a raccogliere sassolini e conchiglie…
Ma torniamo alla serata, umida, molto umida. Ha piovuto tutto il santo giorno, ma è stata proprio la pioggia a farmi decidere di poter iniziare, di aprire la serata proprio con quella poesia che Gino aveva dedicato al valore delle parole: Chedda f’nestr. E’ la mia preferita. Ho ritrovato sulla sua pagina fb il video che gli avevo fatto un pomeriggio quando sono andata a trovarlo a Collepasso, in provincia di Lecce, dove ha vissuto gli ultimi dieci anni della sua vita con la sua compagna Assunta Braì.
Mi ricordo ancora quella giornata: come da Conversano a Macondo, 140 chilometri in solitudine, nulla in confronto alla traversata del Peloponneso, all’approdo a Smirne, al passaggio in Siria e all’arrivo in Giordania, a bordo della sua Volkswagen station wagon blu, stretta come una sardina tra i bagagli. Eppure è stato bello guardare il mondo da quel finestrino.
Assuntina. Ti penso e capisco il tuo dolore. Lo leggo tra le tue parole, nelle telefonate intense che ogni tanto ci facciamo. Hai affidato il tuo messaggio a Cristiana Papazisis, amica del Festival Mediterraneo, che ha portato il suo legame con la cultura palestinese attraverso l’esperienza di Un sorso di pace, realizzata insieme a Susy Locaputo, la figlia di Gino e Amira Abu Amra.


Ecco le sue parole nella lettera che restituisce l’uomo, prima ancora dell’artista.
“Dieci anni di vita insieme, nient’altro che un amore immenso che ha unito un uomo e una donna ormai adulti, ciascuno col proprio bagaglio di vita alle spalle, con le proprie gioie e dispiaceri e con i propri figli… nella gioia e, soprattutto, nel dolore, anche senza obblighi, senza firme, senza impegni legali.
Un legame fatto di complicità, di condivisione del quotidiano, 24 ore su 24, dove dieci anni valgono almeno il doppio.
Erano sguardi, erano parole a volte carezzevoli (come dimenticare la tua voce?), a volte taglienti, perché in un rapporto aperto, sincero e disinteressato non c’è spazio per la finzione o per l’ipocrisia.
Le mie figlie ti hanno amato, aiutato e onorato come il padre che avevano perso da molti anni; i tuoi sono stati anche i miei. Enzo, Leo e la giovane Susi sanno quanto bene ho voluto a loro e ancora ne voglio. I miei nipoti ti consideravano il nonno che non avevano mai conosciuto.
Ricordo e ricorderò sempre le ultime tue parole, quelle che ho ascoltato due giorni prima che… le custodisco come in uno scrigno.
I tuoi indiscussi meriti artistici sono stati marginali rispetto al tuo animo generoso e, a tratti, ingenuo, al tuo stupore di bimbo con la barba bianca che ancora si commuove al cospetto di un filo d’erba che si muove al soffio del vento.
Vorrei essere presente, ma non posso. Anche se una sola persona mi parla di te, mi oscuro in volto e mi manca il respiro: non so più sorridere né piangere. Non sono riuscita ancora a metabolizzare il dolore. Sono sempre in casa ed esco solo per impellenti necessità.
Quando io non ci sarò più, cercami in questa casa, mi dicevi sempre. Ed è qui che ti ritrovo: tra queste quattro mura, nel giardino dove hai costruito la fontana, nello sguardo ancora interrogativo di Zoe, la tua cagnetta, quella che io sgridavo e che tu accarezzavi.
Ti dico solo: arrivederci nell’Infinito… core meu!”
Ho montato il video della poesia con altre foto, con il titolo che lui mi avrebbe fatto scrivere: “Gino Locaputo. La mia culla è qui.”
È stata la prima cosa che il pubblico ha visto.
Il tema della serata prende spunto proprio da un verso della poesia che Gino ha dedicato alla sua amata, odiata città: IO SONO NATO QUI tredicifebbraiomillenovecentocinquantatré.
A tal proposito ringrazio l’amico Giovanni Sibilia dell’UPTE che ha portato la luce nella mia serata accendendo lo schermo, lo ringrazio per la sua gentilezza e per la pazienza: l’ho stressato in modo imbarazzante, anche perché diciamo in questo periodo di vuoto amministrativo, tutto diventa complicato. Ma lasciamo stare che è meglio! Fortunatamente avevo anche l’assistenza tecnica di IoPino altrimenti sarebbe stato un guaio assoluto. Lo ringrazio per tutto.
Permettetemi di fare i dovuti grazie prima della fine dell’articolo a Mimmo Donghia per le foto e al tenace Francesco Rizzo di Scaffaleweb, che ha registrato tutto, per cui non c’è modo di cancellare eventuali sbavature. Il video integrale è una traccia di ciò che vi sto raccontando.
Così, in questa atmosfera, Gino è tornato tra noi a parlare attraverso la poesia, la sua casa.
Il momento più emozionante è stato l’intervento del figlio, Enzo Locaputo, che ha ricordato la figura del padre come uomo che ha attraversato tante vite, che ha segnato un percorso nuovo nella città di Conversano. Ne ha dipinto una figura amorevole, perché da bambino ha visto crescere quel sogno: il sogno di un Festival Mediterraneo, come incontro di culture, come apertura al mondo. Lo stesso chiostro di San Benedetto è stato uno dei luoghi del Mediterraneo e tra queste mura noi vogliamo riportarlo, quando i tempi saranno maturi.
Il sogno continua. Subito dopo è arrivato il messaggio video dalla Giordania di Derar Muhsen, che ha ricordato l’amico Gino e il suo arrivo in Medio Oriente. Nel suo saluto ha detto (riportiamo solo una parte) clicca qui e guarda il suo messaggio completo: Gino Locaputo l’Arabo di Puglia.
“Cari amici e care amiche della Puglia,
amici della città di Conversano,
città del Festival del Mediterraneo,
città del Teatro dell’Impegno,
vi porto un saluto di pace e di fraternità.
Ricordiamo il nostro gigante buono: Gino Locaputo.
Gino non organizzava soltanto eventi culturali e artistici.
Costruiva ponti di pace e di dialogo.
Il Festival del Mediterraneo non era soltanto un festival.
Con Gino diventava tutto il Mediterraneo.”
E poi ancora Marco Tornese, attore. “Mi manca Gino. Lo ricordo con affetto. Penso a quando abbiamo fatto un concerto a Perugia, per l’Università per Stranieri. Sono ricordi che porto con me, momenti condivisi che restano vivi nel tempo. Gino era questo: un incontro che diventava esperienza, un viaggio che diventava legame.”
Ci ha immerso nel Mediterraneo l’artista Rocco Capri Chiumarulo, musicista e interprete sensibile della scena acustica, capace di fondere tradizione e ricerca sonora, che ha offerto un’esibizione esemplare, bellissima, in acustica. In greco antico ha recitato l’incipit dell’Odissea di Omero e la parte finale del XXVI canto dell’Inferno di Dante. Il canto a cappella è “Rom” di Nikos Kypourgos. Qui ho perso il controllo della situazione, il mare quei suoni e sibili, che pareva una sirena…


A seguire, ho perso di vista la scaletta. Le emozioni sono state tante e non solo, ero dispiaciuta per l’assenza della mia cara amica Anita Viesti, voce del Mediterraneo, si è influenzata. Lei è la Calliope di Puglia, la dea del bel canto ma è la persona che ha dato voce alle poesie di Gino… ma faremo qualcosa per rimediare!
Ringrazio Elvia per il suo bellissimo dono: la canzone Tu sei una cosa grande…ha toccato i cuori di tutti. Anche a Gino sarebbe piaciuta tanto, ti aveva già ascoltata nell’ultimo evento al quale a partecipato proprio a Conversano organizzato dall’associazione PugliaVox: l’Ora di Calliope, Reading poetico in greco – griko – greko su suo suggerimento e stimolo, come l’evento Gocce di Poesia per Gaza. Perchè Gino e la Palestina erano una cosa sola… e siamo ancora qui ad aspettare il riconoscimento dello stato Palestinese.
Siamo arrivati alla fine. Durante la serata non ho parlato molto, è bello stare in silenzio e ascoltare. Dovevo e volevo che parlasse ancora Gino. Sono stati tutti bravissimi senza distinzioni di famiglia, religione e opinione politica… tutte le vite di Gino, quelle citate dal figlio, erano presenti. Chi fisicamente, chi solo con il pensiero.
Perché, in fondo, se si decantano versi di pace non certo possiamo usare le parole per fare la guerra! A buon intenditor poche parole!!!
In conclusione ma non meno importante, l’attore Giulio Antonio Santonocito ha letto “I Tarantati in Poesia” scritta da Gino per gli Arakne Mediterranea, uno dei tanti legami musicali e creativi insieme ai Kabilia (Salento) e ai Terranima (Gargano), questi ultimi hanno dedicato un intero lavoro discografico a Susi, figlia di Gino Locaputo, dopo l’esperienza vissuta a Baghdad.
E’ stata Imma Giannuzzi (danza e voce) a farcela pervenire per il tramite di Brigida Forte. Durante alcuni spettacoli Gino interpretava questi versi. Oggi sono custoditi nel libro di Giorgio di Lecce dal titolo: “La danza della piccola Taranta”. Giorgio, altro grande uomo, è stato il fondatore e direttore artistico della Compagnia Arakne Mediterranea, ricercatore e atropologo salentino scomparso a soli 50 anni nel 2003.
E poi alla fine come una ciliegina sulla torta Giulio Antonio ha letto il suo testo, dal racconto “Il punto esatto: un nodo da sciogliere, una traccia da lasciare”, con un finale che resta:
“…E lasciare che qualcun altro, un giorno, trovi il filo e dica:
‘Va bene così.
Posso continuare io.’”



