Conversano (Bari). «Conversano? Anestetizzata. Serve una rianimazione, non solo luminarie». Con questa battuta, a metà tra ironia e diagnosi politica, il dottor Gianmarco Lorusso, medico chirurgo, responsabile delle relazioni politiche del movimento Quark, risponde alle nostre domande. Lo abbiamo intervistato telefonicamente, in vista dell’apertura della campagna elettorale per il rinnovo dell’amministrazione cittadina. Ne è nato un confronto diretto sui temi della coalizione di centrosinistra, della candidatura a sindaco, del futuro della città e del ruolo delle nuove generazioni in politica.
Quark oggi è ancora un laboratorio di idee o è diventato una macchina elettorale pronta a governare?
«Riteniamo di essere entrambe le cose. Siamo nati nel 2020 e, a un mese dalla nostra costituzione, abbiamo affrontato una campagna elettorale. Questo ci ha dato subito una dimensione concreta. Oggi siamo pienamente dentro la costruzione della proposta politica per il 2026. Restiamo un laboratorio di idee, ma con maggiore esperienza e consapevolezza.»
Lei è responsabile delle relazioni politiche. Qual è il suo percorso nel movimento?
«Ho 28 anni, sono un medico chirurgo. Sono stato il primo segretario del movimento. Con il congresso triennale abbiamo avviato un passaggio di consegne: la nuova segretaria è Barbara Accardo, che può garantire una presenza ancora più costante sul territorio. Io sono rimasto come responsabile delle relazioni politiche per dare continuità al lavoro avviato e valorizzare l’esperienza maturata.»
Come sta andando la costruzione della coalizione di centrosinistra?
«Siamo a buon punto. L’obiettivo era costruire una coalizione unitaria, ma non semplicemente alternativa all’amministrazione uscente guidata da Giuseppe Lovascio. Doveva essere ed è una proposta politica coerente e innovativa. Uno dei nodi principali è stato il perimetro della coalizione. Per noi non poteva essere un’alleanza costruita solo per vincere, mettendo insieme sensibilità politiche incompatibili. In particolare, abbiamo sempre sostenuto che non potessero far parte del centrosinistra soggetti che fino a ieri erano organici alla maggioranza di centrodestra. In questo contesto è stato fatto anche il nome di Vito Cerri, già assessore nell’amministrazione Lovascio e figura politicamente riconducibile a un’area di centrodestra. Noi siamo stati chiari fin dall’inizio: una coalizione di centrosinistra deve avere una coerenza politica riconoscibile. Non può includere chi ha rappresentato un progetto politico opposto fino a pochi mesi prima. Alla fine il confronto ha portato a una posizione condivisa: costruire una coalizione aperta al contributo della città, ma radicata con chiarezza nel campo del centrosinistra.»
Quali sono stati i nomi in discussione per la candidatura a sindaco?
«All’inizio del confronto al tavolo del centrosinistra i candidati erano quattro: Enzo Locaputo, che noi avevamo proposto insieme ad Alleanza Verde Sinistra e Rifondazione Comunista; Pasquale Gentile, proposto dal Movimento 5 Stelle; e i due nomi del Partito Democratico, tra cui Angela Borrelli e Gianvito Vitto. Nel corso delle settimane, con i vari sviluppi e le valutazioni politiche fatte, tre di questi quattro nomi hanno ritirato la loro disponibilità: Enzo Locaputo, Pasquale Gentile e Gianvito Vitto. Successivamente il Partito Socialista ha proposto il nome di Vincenzo Miccolis. Oggi, quindi, al tavolo restano due candidature, Angela Borrelli e Vincenzo Miccolis, su cui si stanno facendo valutazioni politiche serie. Non è ancora tutto definito, ma nelle prossime ore si arriverà a una sintesi.»
Molti cittadini, anche leggendo i commenti ai sondaggi online, chiedono un vero rinnovamento. Perché non puntare con decisione su un volto giovane per la candidatura a sindaco? Non sarebbe un segnale forte di discontinuità?
«Capisco l’auspicio. È un tema che è emerso da più parti. Però c’è un elemento che non possiamo ignorare: oggi la politica non è facilmente accessibile per i giovani. Noi lo viviamo sulla nostra pelle. È molto difficile per un ragazzo o una ragazza di 25, 30 o 35 anni impegnarsi stabilmente in politica. Lo facciamo, ma lo facciamo a un costo. A volte significa mettere in secondo piano percorsi professionali e di studio che per la nostra generazione sono ancora in costruzione. Un trentenne oggi spesso ha un lavoro precario, quando ce l’ha. C’è un problema di accesso alla casa, c’è instabilità economica. È difficile immaginare che possa sostenere un impegno politico totale senza pagarne un prezzo personale. Questo non significa che non serva il rinnovamento. Anzi. Ma il rinnovamento non è solo anagrafico. È politico, è culturale, è metodologico. Non basta avere trent’anni per rappresentare un cambiamento. Noi crediamo che il vero salto generazionale si misuri nella proposta, nella visione della città, nella capacità di affrontare temi come lavoro, sviluppo, diritto a restare. Poi è chiaro che la presenza di energie nuove è fondamentale, ma va accompagnata da condizioni reali che rendano la politica più accessibile.»
Se un giovane oggi le dicesse: “Tanto la politica non serve a nulla”, cosa risponderebbe?
«Che non è vero. La politica è uno dei pochi strumenti che abbiamo per provare a cambiare e trasformare la realtà. Parte dai nostri bisogni, dalle nostre condizioni, dal modo in cui stiamo al mondo. Se rinunciamo alla politica, rinunciamo alla possibilità di incidere sulle scelte che determinano la nostra vita quotidiana. Certo, è difficile, è faticosa, spesso delude. Ma non ci sono molte altre strade collettive oltre a questa. E poi la politica, almeno come noi cerchiamo di farla – cioè in modo collettivo, confrontandoci, discutendo fino ad arrivare a una posizione comune – aiuta anche a sentirsi meno soli. Ti fa capire che i problemi che vivi non sono solo tuoi, ma condivisi.»
Se dovesse descrivere Conversano oggi?
«La definirei anestetizzata. È una città che ha perso parte del fermento sociale, culturale ed economico che un tempo la caratterizzava. Serve una rianimazione, ma non fatta di interventi spot. Dal punto di vista economico, siamo preoccupati della desertificazione industriale. Dal punto di vista culturale, è una città che un tempo aveva un fermento più diffuso, più spontaneo. Oggi spesso si riduce tutto a eventi isolati, senza una visione complessiva. Anzi si confonde la cultura con l’evento. Non basta organizzare manifestazioni isolate. Serve una programmazione culturale organica, di medio e lungo periodo. E anche il dibattito politico è spesso impoverito: si discute molto di polemiche contingenti, ma poco delle grandi questioni che riguardano il futuro della città.»
Oggi spesso la programmazione culturale viene affidata ad associazioni che fanno del loro meglio, ma non sempre è il loro mestiere. Sul territorio ci sono professionisti con curriculum e competenze specifiche: non sarebbe il caso di valorizzarli di più?
«Sì, assolutamente. E vorrei essere chiaro: le associazioni culturali sono una ricchezza per la città ma è necessario ripensare la cultura in termini di impresa culturale, partendo dal miglioramento delle condizioni lavorative di chi ci sta dentro. Se vogliamo fare un salto di qualità, bisogna mettere intorno allo stesso tavolo tutta la filiera culturale: associazioni, operatori, professionisti del settore, imprese culturali e istituzioni. Cultura significa creare spazi, generare percorsi formativi, costruire continuità, mettere in rete competenze. Se vogliamo che la cultura diventi anche un motore economico per la città, non possiamo improvvisare. Serve programmazione, visione e competenza. »
L’ex sindaco si ricandida. Può il centrosinistra cambiare rotta?
«Noi non partecipiamo alla campagna elettorale per battere qualcuno, ma per proporre un’altra idea di città. Dopo vent’anni è fisiologico un ricambio. La nostra sfida è convincere i cittadini che esiste un’alternativa credibile.»
Alla fine, però, quando si va al voto contano i numeri. Si parla spesso di “pacchetti di voti”. Come vi ponete rispetto a questa logica?
«È un tema reale della politica, forse non solo di oggi, ma sicuramente oggi è più evidente. La frammentazione delle forze politiche e il modo in cui si costruiscono le alleanze ha amplificato questa dinamica. Noi non abbiamo pacchetti di voti precostituiti. Non abbiamo bacini garantiti. L’unico “pacchetto”, se così vogliamo chiamarlo, è rappresentato dalle persone che in questi anni ci hanno seguito, che hanno ascoltato le nostre proposte e che noi abbiamo ascoltato. Continueremo a cercare di allargare questo consenso sulla base della proposta politica, del confronto con la cittadinanza, dell’ascolto dei bisogni reali delle persone. Non partecipiamo alla campagna elettorale per sommare sigle o voti aritmetici, ma per proporre una visione. Poi è chiaro che per governare servono i voti. Ma quei voti devono essere frutto di convinzione, non di automatismi.»
Che messaggio si sente di rivolgergli in vista di questa nuova campagna elettorale?
«A Giuseppe Lovascio posso augurare di fare una campagna elettorale coerente con quello che ha fatto e non ha fatto in tutti questi anni di governo della città. Con un pizzico di ironia, gli augurerei anche di potersi finalmente rilassare dopo tanti anni alla guida del Comune. Non è sano, secondo noi, che una città venga governata per vent’anni dalla stessa persona. Un ricambio, a un certo punto, è fisiologico.»
