• domenica , 25 giugno 2017

Si chiamava Stalingrado: La battaglia che ha sconfitto Hitler

Febbraio 1943. Ricordando Stalingrado. La Stalingrado che a un prezzo sovrumano ha sconfitto il nazismo. Febbraio 1943. Si riprendono in mano i libri e ancora una volta, settant’anni dopo, il cuore fa un balzo. Eppure sí, Stalingrado c’è stata, la Battaglia di Stalingrado c’è stata, l’inenarrabile è avvenuto.
Queste cifre danno il capogiro. Nella Battaglia di Stalingrado, i sovietici perdono 478 mila soldati, i feriti sono 650 mila; e contando i morti dall’altra parte, tra tedeschi, italiani, rumeni, ungheresi il “conto” è di oltre un milione di vittime.
Apocalisse now, cioè Stalingrado in era Seconda guerra mondiale. Iniziata nell’estate 1942 e finita il 2 febbraio 1943, quella di Stalingrado è passata alla Storia come la più grande battaglia della Seconda guerra mondiale. Sei mesi ininterrotti di furibondo ferro e fuoco, tutti combattuti dentro la citta, strada per strada, quartiere per quartiere, casa per cas; e tutti all’ultimo sangue, nel senso letterale del termine.
Hitler voleva Stalingrado a tutti i costi (nel senso letterale del termine): non solo per il suo nome “fatale” – che gran colpo anche “propagandistico” sarebbe stato – ma soprattutto per la sua importanza strategica, militare ed economica. E ci si è impegnato di persona. Il 5 aprile 1942 Hitler stesso infatti emana quella Direttiva 41 – nota anche come “Operazione Blu” – con la quale ordina la nuova offensiva; e ci tiene così tanto che arriva a definirne persino i dettagli tattici. Voleva prenderla e massacrarla a tutti i
costi, Stalingrado. Proclama, ordina il macello, mettendo in campo su quel fronte oltre 1 milione di soldati con circa 2 500 carri armati, più altri 600.000 uomini dell’Asse, (rumeni, italiani, ungheresi).
Stalingrado, nodo di comunicazioni ferroviarie e fluviali nonché centro industriale importantissimo e via d’accesso ai pozzi petroliferi del Caucaso – vale a dire le risorse energetiche necessarie alla Germania per proseguire la guerra – deve essere conquistata.
Dalla parte dei sovietici, il fronte è altrettanto enorme, in campo 1.800.000 uomini, oltre 3.500 carri armati.
Hitler non prenderà Stalingrado. Anche Stalin con il suo Stato maggiore è in campo, personalmente. <Non più un passo indietro>, è l’ “Ordine del giorno n. 227″, 28 luglio 1942, col quale dá le sue direttive.
L’inenarrabile è in corso. La lunga e gigantesca battaglia, ritenuta dagli storici “la più importante di tutta la Seconda guerra mondiale”, quella che fu la prima grande sconfitta politico-militare della Germania nazista. La battaglia, in sostanza, che decise le sorti dell’intero conflitto.
La battaglia inarrestabile, quella che segnò l’inizio di quella avanzata sovietica verso ovest che sarebbe terminata due anni dopo a Berlino, con la conquista del Reichstag e Hitler suicida nel suo bunker.
Terrificante.[1] È Winston Churchill, giunto a Mosca appunto in quello stesso 1942, a comunicare a Stalin che non ci sará nessun “secondo fronte” in Europa; l’Urss è sola, Stalingrado è sola. Il primo nombardamento della Lutwaffe avviene il 23 agosto1942 e provoca 40 mila morti. E già qualche giorno dopo, in settembre, ha inizio la fase più sanguinosa della battaglia: la 6ª Armata tedesca , al comando di von Paulus, sferra il primo tremendo attacco frontale; e la guerra è già tutta lì, dentro la città. È da subito una lotta quartiere per quartiere, palazzo per palazzo, addirittura stanza per stanza.
È da subito, l’inferno Stalingrado. Devastata dai bombardamenti, in preda agli incendi , i porti distrutti, la popolazione evacuata disperatamente sui battelli colpiti dagli aerei tedeschi, le truppe asserragliate nei palazzi in rovina o nelle fabbriche assalite, i depositi di petrolio in fiamme.
Ma le “fortezze” sovietiche resistono. Le “fortezze” in mezzo alle rovine (spesso composte anche solo da pochi uomini) si difendono fino all’ultimo. Come nel caso della famosa “Casa di Pavlov” (dal nome del sergente – appunto Jvanov Pavlov – che difese il caposaldo per settimane con poche decine di soldati), e che oggi è monumento nazionale.
La fine: il feldmaresciallo Paulus e il suo stato maggiore si arrendono il’ 31 gennaio 1943. Il 2 febbraio la bandiera rossa sventola su una Stalingrado in macerie; sventola sui suoi
palazzi sventrati, le sue ciminiere mozzate, le sue strade sconvolte, le sue case bruciate.
Quella Stalingrado. Dove, dicono quei numeri infernali, nel giro di 9 settimane, gli attacchi sono stati oltre 700, una media di 12 al giorno. L’ultimo scontro avviene
il 10 gennaio 1943, è in atto la controffensiva sovietica; e lì saranno annientati, insieme alle truppe di von Paulus anche l’armata ungherese e il Corpo alpino italiano.
Stalingrado.
Pablo Neruda ha dedicato alla città, che oggi come è noto si chiama Volgograd, il “Canto de amor”, una lunga poesia, «…città, chiudi i tuoi raggi, chiudi le tue porte dure, chiudi, città, il tuo famoso lauro insanguinato, e che la notte tremi con lo splendore cupo
dei tuoi occhi dietro un pianeta di spade…»
Stalingrado.
Mai più.

di Maria R. Calderoni

 

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