• sabato , 23 settembre 2017

REFERENDUM, LE RAGIONI DEL NO

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MOLA – Malgrado il referendum sia ormai alle porte, finora il comitato locale per il No era rimasto un po’ defilato. Ieri sera però, dalla sala convegni del Castello Angioino, ha fatto sentire la propria voce, o meglio quella di qualcuno che di Costituzione può parlare a buon titolo essendo per lui materia di studio: Marco Barbieri, professore ordinario di Diritto del Lavoro presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Foggia. Introdotto da Rodolfo Vaccarelli e Maurizio Lattaruli, il professore è partito dalle cosiddette ragioni del Sì, che lui bolla senza mezzi termini come balle governative.

Solo la Camera avrà pieno potere legislativo su tutte le leggi. “Sì, peccato che poi l’articolo 70 riformato – spiega Barbieri – elenchi un’interminabile serie di leggi che continueranno a richiedere la decisione di Camera e Senato. L’unica vera differenza è che i senatori non saranno più eletti dal popolo”.

Gli unici parlamentari che continueranno a percepire uno stipendio saranno i 630 deputati. “Falso. Il nuovo Senato sarà composto di 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 nominati dal presidente della Repubblica. Ora, sindaci e consiglieri regionali dovranno recarsi a Roma (peraltro sottraendosi ai loro doveri locali), e le spese di viaggio e di pernottamento chi gliele pagherà? Anche se abolisci i loro stipendi continueranno comunque a costare moltissimo allo Stato”.

Lo Stato risparmierà 500 milioni annui tra nuovo Senato, Cnel, Regioni e Province. “Dato che mi occupo di legge e non di numeri mi sono rifatto a un calcolo della Ragioneria Generale di Stato secondo cui il risparmio che deriverebbe da questi tagli è stimabile in circa 49 milioni di euro l’anno. Non proprio la stessa cifra… Inoltre le Province non sono affatto abolite, semplicemente non sono più votate dal popolo”.

Con questa riforma il Parlamento sarà obbligato a discutere le proposte di iniziativa popolare. “Intanto il numero di firme richiesto viene triplicato (da 50000 a 150000), per cui sarà anche più difficile arrivare a proporle in Parlamento, ma poi questo sarà davvero obbligato a discuterle? Secondo il nuovo articolo 71 ‘la discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge di iniziativa popolare sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari’. In pratica sarà la stessa maggioranza a decidere quando e quanto discutere le proposte di iniziativa popolare, cioè fino a che punto sarà ‘obbligata’ a discuterle!”.

Occorrerà il 60% dei delegati per eleggere il presidente della Repubblica. “Il problema è questo: se dal settimo scrutinio è sufficiente la maggioranza dei 3/5 dei votanti, allora è sufficiente comprarsi un delegato e dirgli di darsi malato, cosicché il conteggio verrà fatto solo tra coloro che hanno votato quel giorno e prendono due piccioni con una fava. La percentuale sarà molto più facile da ottenere quanti meno votanti ci sono, e i delegati corrotti non dovranno nemmeno esporsi votando questo o quello, basterà che non si presentino”.

I contenziosi tra Stato e Regioni davanti alla Corte Costituzionale su quali siano le rispettive competenze si ridurranno drasticamente. “Nient’affatto. Ad esempio, l’articolo 117 comma 1 lettera S di questa proposta di legge affida allo Stato la competenza esclusiva in materia di tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici. Ma nel comma 2, cioè subito dopo, leggiamo che spetta alle Regioni disciplinare per quanto di interesse regionale le attività culturali e paesaggistici. Quindi Stato e Regioni continueranno a litigare come adesso su quanto è di competenza statale e quanto di competenza regionale! Non cambierà niente”.

Infine, la riforma non andrà a toccare la prima parte della Costituzione, quella sui diritti del cittadino. “Falso. Basti pensare che l’art. 5 garantisce che la Repubblica riconosce e tutela le autonomie locali, mentre la riforma toglie potere alle regioni… Non hai modificato ‘quell’’articolo, ma lo hai di fatto svuotato di senso. Le due parti della Costituzione non sono mica separate: la prima stabilisce diritti e doveri dei cittadini, la seconda spiega l’organizzazione dei poteri, che però devono sempre agire in modo da rispettare i princìpi della prima parte. Questa riforma (che stravolge 47 articoli su 139, cioè un terzo della costituzione, creandone di fatto una nuova) non fa che concentrare il potere nelle mani del governo. Cosa accadrà quando Renzi non ci sarà più se il suo posto sarà preso da qualcuno peggio di lui e si ritroverà per le mani tutto quel potere? Un’ultima riflessione: nel 1978 con la legge 833 di istituzione del servizio sanitario nazionale è stata compiuta l’ultima grande attuazione della Costituzione (art. 32: la salute è un diritto della persone e un interesse della collettività). Dagli anni ’80 (la prima commissione bicamerale è dell’82) il ceto politico ha lavorato a modificare la costituzione, la stessa costituzione che dalle ferite del dopoguerra ci aveva portati a essere una delle sette nazioni più potenti al mondo. Sarà un caso che negli ultimi 30-35 anni, cioè da quando si cerca di cambiarla anziché attuarla, non abbiamo fatto che regredire e ora siamo la nazione più povera d’Europa dopo la Grecia?”.

Vito Giustino

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