• lunedì , 26 giugno 2017

QUANDO SI “INCIAMPA” NEL LINGUAGGIO: LE PAROLE INTERROTTE

Francesca Palumbo

 

 

MOLA DI BARI – Le parole interrotte è l’ultimo romanzo di Francesca Palumbo,  presentato a Mola nei giorni scorsi, dove ha già lavorato come docente di lingua e letteratura inglese fino al 2004.   A cinque anni di distanza da Il tempo che ci vuole, la scrittrice torna con la storia di un incontro che segna profondamente le vite dei tre protagonisti: la fotografa Clara, suo figlio Matteo e Malaika, un’immigrata nigeriana fuggita da un centro di accoglienza per rintracciare il figlio Amir, andato disperso durante il naufragio dell’imbarcazione sulla quale si trovavano durante uno di quei tanti viaggi della speranza che spesso conoscono esiti drammatici.

Partiamo dal titolo del tuo romanzo. Cosa sono le “parole interrotte”?:

Sono le parole che non bastano a spiegare la disperazione e le sue ragioni (Malaika). Le parole interrotte sono anche quelle di chi inciampa nel linguaggio e vorrebbe poter dire molto di più di quanto non riesca a dire (Matteo). Le parole interrotte sono le parole che ti si spezzano in gola e prevaricano il pianto prima di un addio doloroso (Clara). Infine le parole interrotte sono quelle parole che giocano sull’inganno, parole ambivalenti e rischiose che provano a mistificare la realtà, interrotte dunque perché non intere né limpide.

Clara e Malaika sono entrambe madri. Che tipo di rapporto hanno con i loro figli?

Un rapporto viscerale e al contempo rispettoso, che esclude ogni possibile quota di credito e dipendenza e mette a fuoco l’importanza della maternità non come esperienza di proprietà ma piuttosto di ospitalità. Un concetto, che qui nel mio romanzo, si amplifica fino a superare il senso di maternità strettamente legata solo alla propria prole, per essere trattata nella sua universalità relazionale, quella che supera il gesto biologico per farsi genitorialità oltre l’utero, dell’altro o altra da noi.

Nella storia che hai scritto non mancano nemmeno i personaggi negativi. Vogliamo parlare di Rotundo?

Rotundo è un Salvini ‘invecchiato’, schiavo di un’identità statica e monolitica, non plurale e quindi destinato –nel suo impeto xenofobo e razzista- all’autoisolamento che si risolve in un sistema chiuso e asfittico e che si alimenta solo di pregiudizio e paura.

Quanto hanno influito sulla scrittura di questo romanzo le spinte migratorie degli ultimi anni e gli accesi dibattiti, spesso stucchevoli, che si sono scatenati in televisione?  

Questo romanzo è nato tre anni fa, quando ancora non si dibatteva così tanto sulla gestione del processo migratorio, perché era l’inizio dei primi sbarchi (e dei conseguenti primi annegamenti) ma io ricordo che in un ferragosto torrido in cui leggevo il giornale al mare, sulla spiaggia, incrociai l’immagine stampata di alcuni corpi senza vita che venivano estratti da una stiva e il mio sguardo rimase ingabbiato in quella foto per molti istanti. Quando riemersi da quella tragica visione e rivolsi nuovamente i miei occhi verso il bellissimo mare che mi stava davanti, provai uno scarto di sensazioni che mossero in me l’urgenza fortissima di raccontare lo sgomento che avevo percepito qualche attimo prima. Poi la storia si è srotolata da sola nella mia mente e ne è venuto fuori ‘Le parole interrotte’.

C’è un filo rosso che collega Le parole interrotte alle tue “creature” precedenti?

Direi di sì! Mi piace, per lo più, scrivere di temi sociali, e i miei personaggi sono quasi sempre alimentati da una forte tensione etica che li spinge ad essere molto ‘in contatto’ con tutto ciò che li circonda.

Ci sono alcuni spunti di riflessione che vuoi consegnare ai lettori?  

Prenderò in prestito da un autore inglese a me molto caro, John Keats, un enunciato che bisognerebbe poter prendere seriamente in considerazione: bisogna permettere agli individui di fare anima; siamo, invece, sempre più preda dell’indifferenza, soggetti ad una vera e propria artrite emotiva. Non sappiamo più pensarci come un Noi, se non in maniera escludente e fortemente identitaria. Bisognerebbe piuttosto imparare a rintracciare orizzonti meta individuali, a rimodularsi su un senso di partecipazione comprensiva, che si fa anima appunto, attraverso un più umano sentire.

Dalla scorsa estate, Francesca Palumbo sta portando in giro la sua storia nelle librerie, nelle piazze e nelle scuole, con un riscontro di pubblico piuttosto notevole e anche utili confronti sul tema dei rapporti umani. Durante l’incontro che si è svolto Mercoledì 27 Gennaio a Mola, l’autrice ha sottolineato con forza la necessità di un impegno fisico e culturale contro i luoghi comuni del tipo “vengono a toglierci il lavoro” e contro la xenofobia, quindi a favore dell’intersezione, dell’incontro e del dialogo.

Antonio Aprile

 

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