• sabato , 19 agosto 2017

PRESENTAZIONE DE “L’ADDIO” DI ANTONIO MORESCO

MOLA – Sembra che oggi la letteratura sia solo un affare editoriale. Si pubblicano libri per lanciare un amico che ritiene di saper scrivere, o per vendere un prodotto a un determinato target che vuole sentirsi dire determinate cose, o per mandarlo a un premio letterario e guadagnarci qualcosa. Ma gli scrittori, i veri scrittori, coloro che scrivono perché hanno l’urgenza di dire qualcosa e il talento per farlo, e che con le loro parole ci indicano una via, esistono ancora? Uno forse lo abbiamo incontrato, era di passaggio a Mola. Si chiama Antonio Moresco, classe 1947, originario di Mantova, autore di “Clandestinità”, “Fiaba d’amore”, “La lucina”, “Gli incendiati”, ma soprattutto della Trilogia dell’Increato (“Gli esordi”, “I canti del caos”, “Gli increati”), scritta nell’arco di vent’anni e già considerata fondamentale per la nostra letteratura. Moresco è stato a Mola, per la precisione alla libreria “Culture Club Cafè”, per presentare la sua ultima fatica, “L’addio” (ed. Giunti, €15, pagg. 274).

Intervistato da Annamaria Minunno (che lo ha definito “forse lo scrittore più libero che abbiamo in Italia”) la prima domanda è stata sul titolo del nuovo libro, che sembra riandare alla promessa, a quanto pare infranta, di abbandonare la letteratura. “Allora ero sincerissimo. Pensavo non di non scrivere più, ma di non pubblicare. Volevo tornare da dove ero venuto e stare vicino a me stesso. Ma sentivo dentro di me accumularsi delle disperazioni e ho avuto bisogno di dar loro voce”.

Ne è venuto fuori un libro complesso, come tutti i suoi. Un thriller il cui protagonista è un poliziotto, D’Arco, che si muove tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti, e in una vicenda che si svolge nell’arco di tre giorni si confronta con crimini orrendi come la violenza sui bambini. Non è un caso se alcune linee narrative resteranno irrisolte. “E’ l’inizio di una nuova trilogia. Sto scrivendo il secondo romanzo, che si intitolerà ‘L’amore’. Se il primo è incentrato sul male, il seguito lo sarà appunto sull’amore. Nel romanzo finale, ‘Le tre città di confine’, tutto troverà la sua conclusione. Ogni libro inizia da dove finisce il precedente, tanto che non li considero neanche una trilogia ma un unico romanzo, di cui considero la prima parte la più dura, la seconda la più bella, la terza la più alta”.

Non che “L’addio” preso da solo non abbia già molto da dire: in una realtà plumbea, costantemente piovosa, dove il male sembra vincere sempre, il protagonista fa di tutto per fare la cosa giusta ed essere d’aiuto agli altri. La scrittrice Amalia Mancini, presente anche lei, ha riflettuto appunto su come il romanzo, attraverso i generi più diversi (“a un certo punto il dialogo tra il protagonista e la vita assume addirittura delle sfumature western”), racconta la realtà, in tutte le sue sfaccettature più bieche. “Volevo prendere di petto la presenza del male nel mondo, il fuoco nero della vita – ha spiegato Moresco – Noi il male lo diamo per scontato, ma la letteratura di tutti i tempi, a cominciare da quella religiosa, si è sempre posta alla ricerca di una sua spiegazione; il risultato più alto è forse il libro di Giobbe, che io ho sempre visto come un ribelle, uno che non si accontenta delle facili risposte. Ed esiste un male peggiore della violenza sui bambini? Parlare dei bambini significa parlare della vita e del nostro futuro. Spesso i bambini entrano nel mondo e trovano un mondo ostile ad aspettarli. Proprio nei giorni in cui avevo iniziato a scrivere il libro la cronaca raccontava vicende agghiaccianti, in cui talvolta, di fronte alla violenza o all’indifferenza degli adulti, erano i bambini stessi a far riaprire le indagini con le loro rivelazioni. Come nelle fiabe dell’infanzia vedevo dei bambini unire le forze per riparare le ingiustizie che gli adulti, ormai moralmente morti e incapaci di proteggerli, causavano. Non a caso è un bambino a guidare D’Arco nel mondo dei morti, anche ne ‘La lucina’ c’era una presenza simile, ed è come se quel bambino avesse ancora una volta bussato alla mia mente chiedendomi di dargli voce. Il resto è una riflessione su queste due realtà, la morte e la vita, due città che confinano tra loro e che non potrebbero esistere l’una senza l’altra: non potremmo percepire la nostra condizione di essere in vita se questa non avesse un fondo, una conclusione. In generale sembra non siamo più in grado di cogliere l’enormità delle cose che ci circondano, quindi dobbiamo imparare a spostare il nostro asse di osservazione, ecco perché cerco sempre di mostrare le cose da un punto di vista diverso. Essendo uno scrittore penso per immagini, come gli antichi vedevano e spiegavano la realtà attraverso i miti”.

In un romanzo così oscuro che ruolo ha la luce? “Sono sempre stato ossessionato dal confronto tra la luce e l’ombra, una lotta che attraversa tutte le mie opere. In questo romanzo c’è l’Uomo di Luce, un personaggio che dice al mondo la verità su di esso, una verità orribile. Ma non è la verità completa, e per questo né io né D’Arco la accettiamo. Alcuni lettori mi hanno detto che l’Uomo di Luce potrebbe essere Lucifero, e da ex-seminarista non nego che possa esserci un riferimento in questo senso, ma quel che più mi interessava era mostrare un personaggio la cui critica razionale al mondo è giusta, ma incompleta. Spesso mi vengono suggerite interpretazioni dei miei romanzi a cui non avevo pensato. Ad esempio il nome del protagonista per me era solo un classico cognome mantovano, ma alcuni mi hanno fatto notare che si lega a Giovanna d’Arco, altri alla parola inglese ‘dark’”.

Infine, la letteratura può salvare il mondo? O ne è stata ormai assorbita? “Ho frequentato l’ambiente dello Strega, una stupidaggine che non farò mai più e che ho fatto solo per amicizia verso il mio editor quando ancora lavorava per Mondadori (quando è passato in Giunti l’ho seguito ed è per questo che ora pubblico da loro, lo scrittore non è un robot, conta anche l’amicizia). E’ stata un’esperienza traumatica: molte cose le sapevo già, ma come dice Leopardi alla fine dello Zibaldone la cosa più terribile è trovare conferma alle più terribili cose che avevamo pensato. Sono rimasto sconvolto dal cinismo, dal disinteresse, dalla decrepitezza. Gente che non legge, giochi fatti in base ad accordi tra editori… Ho detto quel che pensavo e mi sono tirato tutti addosso. In Italia non si può dire la verità, ma io non posso accettare una simile realtà che non ha nulla a che vedere con la cultura. Credo che in momenti come questi, in cui gli spazi tendono a chiudersi, la letteratura debba riacquistare il suo ruolo di rottura degli specchi in cui ci stiamo guardando e pietrificando da troppo tempo, e lacerare il velo per aprirci a nuovi spazi. E’ tempo di spingerci verso ciò che non sembra possibile, ciò che lo è abbiamo già visto dove ci ha portati”.

Vito Giustino

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