• sabato , 21 ottobre 2017

POLIGNANO, UNA LEZIONE SUL MITO DI ENEA

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POLIGNANO – L’Eneide è il poema più rappresentativo della nostra letteratura antica. E’ la storia del prode Enea, figlio della dea Venere e del mortale Anchise, e di come giunse nelle terre del Lazio dando vita alla dinastia di Romolo e Remo, fondatori di Roma. E anche se Virgilio, il suo autore, rielaborò alcune leggende a scopo celebrativo (l’imperatore Augusto gli commissionò il poema per celebrare l’impero romano e dimostrare che egli era di stirpe divina) racconta comunque la nostra storia, poiché ci dà un’idea di ciò che eravamo e in cosa credevamo. Ma i ragazzi di oggi la conoscono? O perlomeno sanno di cosa parla? Probabilmente no, e quindi ben vengano gli studi in materia, come quello presentato qualche settimana fa all’interno di EquiLibri Polignanesi da Mario Lentano (che lo ha scritto insieme a Maurizio Bettini), ovvero “Il mito di Enea” (ed. Einaudi, €30, pagg. 360). Introdotto dall’assessore alla Cultura Marilena Abbatepaolo e dalla presentatrice della serata Angela Blasi, il professore ha preso la parola: “Quando Virgilio racconta il mito di Enea esso ha già mille anni di vita, ed è stato narrato migliaia di volte con migliaia di varianti. Virgilio le tiene presenti tutte, a tal punto che alcuni passaggi del suo poema si contraddicono. Questo perché Virgilio morì prima di completare la revisione del poema (tanto che chiese venisse distrutto, ma Augusto si oppose e lo fece comunque pubblicare). Ma in fondo è proprio questo che rende il mito diverso da tutti gli altri generi di racconto: non raggiunge mai la sua forma definitiva. E’ qualcosa di fluido, in costante cambiamento, e non c’è una variante più vera di un’altra, non essendoci un canone assodato. Chi ha inventato il mito di Enea? Si potrebbe rispondere Omero, che in fondo è colui che contiene dentro di sé tutta la letteratura venuta dopo. Enea era un personaggio dell’Iliade, un guerriero troiano. Pur essendo un personaggio di seconda fila, c’è qualcosa che lo distingue da tutti gli altri e che viene fuori nel ventesimo libro dell’Iliade: durante il duello fra Enea e Achille interviene Poseidone che salva il troiano poiché la volontà di Zeus è che Enea sopravviva. In un poema in cui quasi tutti gli eroi sono destinati a morire Enea è l’unico esplicitamente destinato a salvarsi. Su questo spunto hanno lavorato gli autori successivi trasformando Enea in un eroe viaggiatore. Notare che in origine il mito di Enea non aveva nulla a che vedere con quello di Romolo e Remo, che si sviluppò parallelamente. In seguito si intrecciarono creando un rapporto di discendenza fra questi personaggi”. Dopo aver illustrato la genesi del mito, Lentano ha riflettuto su cosa può insegnarci oggi: “Il mito assume nuovi significati di epoca in epoca, come se avesse già detto tutto anche su epoche e culture lontanissime. Nel ‘900 Giorgio Caproni scrive un libro, ‘Il passaggio di Enea’, in cui il troiano rappresenta l’uomo moderno sopravvissuto alle due guerre mondiali, che alle sue spalle ha solo macerie e non ha idea del suo futuro, ma non smette di andare avanti. Pochi anni fa un altro poeta, Tiziano Rossi, scrive una poesia in cui paragona i migranti ad Enea, colui che viaggia sapendo che non ha più una casa a cui tornare e cerca un luogo in cui rifarsi una vita”. Infine alcune domande da parte degli studenti di liceo che hanno assistito alla conferenza. Una su tutte: cosa abbiamo da imparare noi moderni da un personaggio come Enea, che sembra vivere come un burattino obbedendo alla volontà degli dei? “Noi dal mito non dobbiamo prendere assolutamente nulla – ha risposto il professore – C’è stato un lungo periodo nella cultura europea in cui i classici erano considerati modelli imprescindibili. Quella fase è morta, e dobbiamo prenderne atto. Ma dobbiamo continuare a studiarli. Il personaggio di Enea ci dice chi erano i Romani, che mentalità avevano: una cultura in cui le esigenze individuali andavano sacrificate a un disegno più grande. Studiare i miti ci aiuta pertanto a conoscere culture lontane dalla nostra, e ad essere così aperti a quelle straniere”. Qui ci permettiamo di dissentire: non ci sembra che la cultura odierna, la quale ha ormai praticamente reciso i legami con la tradizione, abbia prodotto qualcosa di paragonabile alle grandi opere di un tempo. Che ciò sia dovuto anche alla mancanza di respiro di opere che non vedono oltre la propria epoca? Forse non dovremmo vedere i miti come il prodotto di una cultura lontana e “altra” da noi, ma riscoprirli nella misura in cui ci riguardano. Magari in questo modo riprenderemmo a guardare lontano e, rispetto al pio Enea, avremmo una speranza di tornare a casa.

Vito Giustino

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