• venerdì , 20 aprile 2018

POLIGNANO, PRESENTAZIONE LIBRO “MAFFIA & CO.”

002-copia

 

POLIGNANO – La mafia è un fenomeno che riguarda solo alcuni territori o è ovunque? Le cosiddette persone oneste ne sono solo vittime o anche complici? E se in alcuni nostri comportamenti apparentemente normali ci fosse qualcosa di profondamente, intrinsecamente mafioso, a maggior ragione se compiuti con indifferenza? Con questi interrogativi si è aperta la nuova edizione di EquiLibri Polignanesi, la rassegna letteraria voluta dall’assessore alla Cultura Marilena Abbatepaolo.

Il primo appuntamento (presso palazzo San Giuseppe) è stato la presentazione del libro di Andrea Leccese, “Maffia & Co.” (Armando Editore, €10, pagg. 94). Dopo una breve introduzione dell’assessore (che ha illustrato il programma di quest’anno, in cui avranno maggior spazio le piccole case editrici), l’Autore ha dialogato col blogger de Il Fatto Quotidiano Alessandro Cannavale. “Saggi come quello di Andrea – ha iniziato il blogger – dimostrano com’è possibile riprendersi ciò che la mafia ha costruito illecitamente. Ha anche il merito di essere scritto con un linguaggio comprensibile a tutti, il che lo renderebbe adatto alla lettura nelle scuole”.

Leccese da par suo ha spiegato la genesi del libro: “Il titolo l’ho proposto io. Nel secondo dopoguerra la parola mafia si scriveva con due effe. Allo stesso tempo è un vocabolo toscano che sta per ‘avidità’, ‘arroganza’. Invece il ‘co.’ è una provocazione per sottolineare che la mafia è la diretta conseguenza del capitalismo senza regole. Siamo in un’economia mista, in cui è sempre più difficile distinguere i flussi leciti da quelli illeciti”.

Altra parte del libro è dedicata agli atteggiamenti mafiosi. “Ne ‘I Promessi Sposi’ il dialogo iniziale tra don Abbondio e i bravi è in puro stile mafioso. I bravi parlano per allusioni (‘chi celebrerà questo matrimonio non se ne pentirà perché non ne avrà il tempo…’) in modo da non essere penalmente perseguibili, ma il messaggio arriva comunque chiaro al curato che sa con chi ha a che fare. Alla fine i bravi porgono i saluti del loro signore, don Rodrigo, palesando il nome della loro ‘organizzazione’ e facendosi così forza della fama che si erano costruiti nel tempo. Oggi questo comportamento è codificato nell’articolo 416bis come forza intimidatrice del vincolo associativo. Parliamo di un romanzo ambientato nella Lombardia secentesca, il che rende l’idea di quanto una certa mentalità mafiosa non solo sia radicata profondamente nel tempo, ma anche diffusa geograficamente. E’ un grave errore associare la mafia al meridione come fa certa stampa: significa fingere di ignorare fenomeni come Mafia Capitale o la mafia del Brenta”.

Anche la lotta alla mafia ha però i suoi metodi, che si affinano nel tempo. “Una norma molto efficace di contrasto è che è sufficiente essere indiziato di collusione con la mafia per vedersi confiscare tutti i propri beni (ovviamente a patto che questi siano superiori al reddito dichiarato). E’ una norma che fu istituita da Pio La Torre. Aveva capito che i mafiosi non temono il carcere, è un rischio che mettono in conto sin dall’inizio. Ciò che importa loro è costituire un impero, per cui se li si vuol colpire veramente bisogna colpirli nei loro beni. La confisca toglie loro ciò che hanno costruito, e permette allo Stato di trasformare un bene criminale in un nuovo presidio di legalità. Per fare un esempio, la villa di Tano Badalamenti è oggi la sede di un’associazione intitolata a Peppino Impastato”.

Altri combattenti in prima linea nella lotta alla mafia sono stati ricordati, quali la giornalista tedesca Petra Reski che da anni denuncia la mancanza in Germania di una legge come quella La Torre, per cui i magistrati tedeschi hanno le mani legate contro il fenomeno mafioso. “E questo dimostra quanto esso sia diffuso anche a livello internazionale. C’è un bellissimo saggio di Nicola Tranfaglia, ‘La mafia come metodo’, in cui dimostra come il modello mafioso ha finito per attecchire nella società civile, i cui componenti ormai perseguono solo i propri interessi”.

Con l’aggravante, aggiungiamo noi, che se la mafia “istituzionale” ha la capacità di fare rete in nome di un obbiettivo comune, quella “popolare” è molto più individualista e punta solo a soddisfare interessi personali e immediati. Come contrastare un fenomeno così diffuso e radicato? “Dal basso. Estirpare la mentalità secondo cui il criminale è un furbo e vivere onestamente è da stupidi, poiché è proprio questo il terreno di coltura della mafia. Bisogna prendere i cittadini da piccoli, spiegare loro l’importanza dell’onestà, fare insomma un’operazione culturale. Come diceva Gesualdo Bufalino, la mafia sarà sconfitta da un esercito di maestre elementari”.

Vito Giustino

003-copia011-copia

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Related Posts