• martedì , 21 novembre 2017

POLIGNANO, PRESENTAZIONE LIBRO “L’EPIFANIA DELL’ORRORE” DI GIUSEPPE CEDDIA

POLIGNANO – Storie di terrore. Segreti ancestrali. Luoghi desolati e spettrali, che obbligano chi vi si avventura a guardare alle proprie paure interiori, e affrontarle. Tutto questo e molto altro è il gotico, uno dei generi più importanti della storia della letteratura, sviluppatosi a partire dal ‘700 soprattutto nel nord Europa. Molti ritengono sia un genere minore, e comunque che in Italia non ci sia mai stata una vera e propria letteratura gotica, ma c’è chi si impegna a scardinare questi luoghi comuni solitamente accettati. Ad esempio Giuseppe Ceddia, autore del volume “L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane” (ed. Stilo, €14, pagg. 196), in cui ha personalmente antologizzato dieci racconti datati fra il 1816 e il 1906: da Diodata Saluzzo Roero a Giovanni Papini, passando per Cesare Balbo, Nicola Misasi, Emma Perodi e altri. Il volume rientra nella collana “Antichi e Moderni” diretta da Ferdinando Pappalardo (chi lo conosce non si stupirà certo di vederlo alla direzione di una collana che insegna a leggere la letteratura fuori da schemi precostituiti), ed è stato presentato nell’ambito della rassegna “EquiLibri Polignanesi”, che ha così concluso il ciclo di marzo. Introdotto dall’assessore alla Cultura Marilena Abbatepaolo (che ha annunciato a breve il calendario degli eventi di aprile), ha preso la parola Ceddia, incalzato dalle domande del professor Carlo Coppola. “L’idea del libro – ha spiegato – è nata da un tentativo mio e del professor Pappalardo di capire com’è possibile che in Italia esista una letteratura definita fantastica (Tommaso Landolfi, Massimo Bontempelli, Aldo Palazzeschi, Dino Buzzati…) ma non si accetti che all’interno di questa letteratura ce ne possa essere una definita gotica. Il titolo voleva essere anche provocatorio, poiché dà per scontato in partenza che questa letteratura esista. Purtroppo buona parte della critica italiana è ancora vittima del magistero di Benedetto Croce, che ha avuto enormi meriti ma anche molti limiti: riteneva che in un Paese solare come l’Italia non potesse svilupparsi una letteratura nera, com’è accaduto invece in terre paesaggisticamente più desolate come la Germania e l’Inghilterra. Bisognerebbe liberarsi da queste gabbie, e avere il coraggio di raccontare una storia della letteratura italiana sommersa, ma che pure esiste; in questo libro ho antologizzato autori perlopiù sconosciuti, eppure vissuti in contemporanea ai ben più famosi Alessandro Manzoni, Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi. E, a ben guardare, lo stesso Croce nell’appendice alla ‘Storia del Regno di Napoli’ utilizza uno stile per certi versi gotico. Noi viviamo nel meridione, una terra la cui natura ‘selvaggia’ dovrebbe farci trovare in sintonia con questa letteratura, tant’è che l’etnologo Vito Teti qualche anno fa ha dato alle stampe un saggio, ‘Maledetto Sud’, in cui mette in relazione la figura archetipica del melanconico e i meridionali. Il primo testo italiano sul vampirismo, ‘Dissertazione sopra i vampiri’, fu scritto nel 1774 da un meridionale, l’arcivescovo di Trani Giuseppe Davanzati. Non è un caso che molte delle novelle racchiuse nel mio libro siano di autori meridionali, spesso sconosciuti”. Ma come nasce il romanzo gotico? “Tzvetan Todorov, nel suo saggio ‘La letteratura fantastica’, un testo fondamentale per qualsiasi studioso, afferma che il fantastico non è qualsiasi manifestazione sovrannaturale, ma risiede nell’esitazione del lettore: nel momento in cui noi, leggendo, ci chiediamo se l’autore sta raccontando qualcosa che ha vissuto davvero, quello è l’inizio del fantastico. Poi faceva un’altra distinzione fondamentale: il meraviglioso (quando il fenomeno sovrannaturale è accettato come esistente in quell’universo narrativo) e lo strano (quando quel fenomeno si rivela un inganno perpetrato da uno dei personaggi). Nel gotico possiamo avere il meraviglioso e lo strano, ma mai il fantastico, perché non c’è mai il momento dell’esitazione del lettore. Il romanzo gotico vero e proprio nasce con la rivoluzione industriale. In un momento in cui il paesaggio e la società stavano cambiando era difficile continuare a parlare d’amore, di trionfo della natura come accadeva con il classicismo. L’uomo iniziava a sentire stretto l’ambiente intorno a sé e a cercare risposte in una realtà altra. Due testi fondamentali sono ‘Inchiesta sul bello e il sublime’ di Edmund Burke (il quale teorizzava che il fascino delle opere orrorifiche deriva dal fatto che, essendone spettatori e non protagonisti, ne godiamo restando al sicuro), e ‘Sulla poesia ingenua e sentimentale’ di Friedrich Schiller, il quale riteneva che il poeta, di fronte al disfacimento in atto della natura, non potesse più permettersi di essere ingenuo ma dovesse diventare sentimentale, cantare quel disfacimento. Il romanzo che invece segna in qualche modo la fine, o quantomeno la crisi, del gotico, è ‘Dracula’ di Bram Stoker, poiché con l’introduzione della tecnologia (a un certo punto i protagonisti si disperdono e comunicano fra loro col telegrafo) veniva meno il concetto dell’uomo solo di fronte alle forze oscure (contrariamente a quanto accadeva nel ‘Frankenstein’ di Mary Shelley, dove era la scienza stessa a portare nel mondo l’orrore e la morte). In definitiva, una letteratura che tanto ha dato alla nostra cultura e su cui ancora tanto c’è da dire”.

Vito Giustino

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