• giovedì , 26 aprile 2018

POLIGNANO, LA TESTIMONIANZA DI SAMI MODIANO, SOPRAVVISSUTO ALLA SHOAH

POLIGNANO – Cosa succederà quando nessuno dei sopravvissuti dell’Olocausto ci sarà più? Se già ora c’è chi cerca di negare che tutto ciò sia accaduto davvero, persino quando i testimoni sono ancora in vita e il ricordo è impresso nella loro mente come il numero sul loro braccio, chi impedirà di dimenticare quel che è successo, chi si occuperà di tramandare uno dei più grandi crimini mai commessi, in modo che la gente sappia come si può arrivare a quel punto e cerchi di fermarsi prima?

La scorsa settimana il teatro Vignola di Polignano ha ospitato Sami Modiano, un ebreo italiano deportato ad Auschwitz. Introdotto dall’assessore alla Cultura Marilena Abbatepaolo, Modiano ha raccontato a una platea di scolaresche la sua storia di ragazzino ebreo. Una storia che parte da lontano. “Sono nato nel quartiere ebraico di Rodi nel 1930. Ho dei ricordi fantastici della mia infanzia. Oltre alla mia famiglia, mia madre, mio padre e mia sorella maggiore Lucia, ricordo quella che chiamo la mia grande famiglia: la comunità ebraica. Ci conoscevamo tutti e ci volevamo bene. Andavo a scuola come tutti i bambini, mi piaceva, portavo anche buoni voti a casa. Finché un giorno, in terza elementare, l’insegnante mi disse di presentarmi davanti alla cattedra. Ero convinto volesse interrogarmi, invece lui, molto amareggiato, mi disse che ero espulso dalla scuola. Avevo otto anni, gli chiesi cosa avessi fatto, ma lui mi mise una mano in testa e mi disse di tornare a casa e chiedere a mio padre. Tornai a casa piangendo, e mio padre mi tranquillizzò dicendo che non avevo fatto niente di male, cercando di spiegarmi le leggi razziali emesse da Mussolini quell’anno, il 1938. Ma io non capivo, o forse non volevo capire, non lo accettavo. Per colpa di quelle leggi i ragazzi ebrei italiani non potevano più continuare gli studi, e io dovevo rinunciare a stare coi miei compagni come se fossi diverso da loro. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino, e quella sera mi addormentai come un ebreo”.

Ma questo è solo l’inizio dell’incubo. “Nessuno nella comunità ebraica di Rodi poteva più lavorare. Ingegneri, avvocati, insegnanti, da un giorno all’altro si trovarono senza lavoro. Poi agli inizi del 1940 cominciò la Seconda Guerra Mondiale e le cose diventarono ancora più difficili. Rodi era strategicamente importante e veniva costantemente bombardata. Nel 1942 mia madre morì d’infarto, e da allora mio padre e mia sorella cercarono di starmi vicino e riempire il vuoto che aveva lasciato lei”.

Arriva l’8 settembre 1943. L’Italia rompe l’alleanza coi tedeschi e cerca l’armistizio con gli americani. Ma per la famiglia di Sami e per gli ebrei italiani la guerra continua. “I governanti di Rodi chiedevano a Roma ordini precisi su come trattare gli ex-alleati tedeschi presenti sull’isola, ma questi ordini non arrivarono mai e i tedeschi, capita la confusione, ne approfittarono per occupare militarmente l’isola. Nel giro di pochi giorni ci ritrovammo sotto i tedeschi, che per la comunità ebraica rodese, composta da 2200 persone, era il peggio che potesse capitare, e lo sapevamo. Passò molto tempo nell’attesa di una loro decisione. Poi, il 18 luglio 1944, arrivò l’ordine della deportazione degli ebrei. Ci rinchiusero in una ex-caserma dell’aeronautica, e la mattina del 23 luglio, con la scusa di un bombardamento in corso (ma non era vero) ci condussero al porto. Io avevo tredici anni, mia sorella sedici, mio padre quarantacinque. Ci caricarono su cinque battelli da bestiame, con un caldo spaventoso e a terra ancora gli escrementi degli animali, con piccoli spiragli per respirare. E noi eravamo centinaia tra bambini, donne, anziani, malati, stipati in modo che non si poteva nemmeno star seduti. Avevamo solo cinque secchi d’acqua da distribuire fra tutti. Eppure anche in quell’inferno vedevo gesti di generosità incredibile, mio padre che rinunciava alla sua razione per darla a chi stava peggio di lui. Era la prima volta che gli vedevo fare qualcosa di simile. E lo vedevo fare anche ad altre persone, spontaneamente. In quel viaggio conobbi la disumanità, ma anche la fratellanza”.

Il 1° agosto le barche approdano al Pireo, in Grecia. “Fummo sbarcati a suon di bastonate. Ci portarono in una ex-caserma dove fummo rinchiusi in una costruzione di cemento armato dove rimanemmo tre giorni a patire il caldo e la sete. Un ragazzo provò a raggiungere una fontanella nel cortile per portare un po’ d’acqua a donne, anziani e bambini; fu il primo morto ammazzato dalle guardie. Il 3 ci portarono a una stazione, dove fummo caricati su dei vagoni, nelle stesse condizioni di spazio e di acqua dei battelli. Un giorno ci fecero fermare dalla mattina alla sera senza farci scendere. In pieno agosto. Stavamo così male che non ci chiedemmo nemmeno dove ci stavano portando”.

Ma lo scopriranno. Il treno è diretto ad Auschwitz. “Arrivammo il 13 agosto. Guardai fuori dal finestrino e mi accorsi che era una stazione diversa dalle altre, col filo spinato. Le guardie ci tirarono giù dal treno obbligandoci a lasciare lì i nostri bagagli. Ci separarono gli uomini da una parte e le donne dall’altra. Mio padre capì tutto, cercò di tener stretta a sé mia sorella, tre guardie lo gonfiarono di botte e ce la portarono via. Fu l’ultima volta che stemmo tutti insieme”.

Da quel momento, inizia la lunga descrizione della vita nel lager, delle sevizie subìte (Sami ha conosciuto personalmente il dottor Josef Mengele), di come Sami ha visto morire lentamente prima sua sorella e poi suo padre. Poi, il 27 gennaio 1945, i carri armati russi entrano in Auschwitz. “Se fossero arrivati una settimana dopo mi avrebbero trovato morto, ero pelle e ossa”. Da lì inizia un altro capitolo della vita di Sami, dopo il ritorno a casa, senza più nessuno al mondo. “Mi sarebbe piaciuto riprendere a studiare, ma come fai quando devi sopravvivere e non hai nessuno che pensa a te? Tutto ciò che so l’ho imparato dalla vita. Non aver potuto studiare è una mancanza che mi porto dentro da sempre”.

Sami ogni tanto si ferma per prendere un po’ d’acqua, e per placare l’emozione, ma si vede che andrebbe avanti per ore. Perché sente di avere il dovere di raccontare tutto questo. Ed è per questo che pochi anni fa ha accettato la proposta di alcune persone (fra cui Walter Veltroni) di rendere pubblica la sua esperienza, con conferenze come questa e con un libro (“Per questo ho vissuto”, ed. BUR, €10, pagg. 210). “Perché promisi a mio padre che ce l’avrei fatta. E promisi che avrei fatto sapere al mondo intero cosa abbiamo passato solo perché avevamo la colpa di essere ebrei. E ora che sono vecchio lascio a voi questo compito – ha concluso rivolgendosi ai ragazzi in sala – Siete voi che dovete raccontare cosa è successo, perché il mondo deve saperlo, e non dovrà mai dimenticarlo”.

Vito Giustino

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