• mercoledì , 20 settembre 2017

POLIGNANO, INCONTRO CON SIMONE ESULE DI POLA

POLIGNANO – Esistono forse genocidi di serie B? Morti che sono meno morti di altri? Eppure sulla tragedia subita dalle popolazioni istriane, i nostri connazionali costretti nel dopoguerra ad abbandonare le proprie case o sottoposti a rastrellamenti, persecuzioni, ed esecuzioni (che si svolgevano sulle famigerate foibe, le insenature rocciose in cui i corpi venivano gettati per non essere mai più recuperabili) nel momento in cui l’Istria passò dall’Italia alla Jugoslavia di Josif Broz Tito, c’è stato per decenni un silenzio assordante, interrotto solo pochi anni fa con l’istituzione del Giorno del Ricordo (10 febbraio). Ma neanche questo è bastato a fare giustizia, poiché oltre a essere una commemorazione meno celebrata di altre essa è accompagnata dall’indifferenza popolare o peggio ancora da ironie, sberleffi, come se quei morti non meritassero la pietà che si deve a tutti i martiri e ai perseguitati di ogni nazione ed epoca. Forse questo atteggiamento ha una matrice politica (inutile nasconderselo, a cercare di sminuire la portata della tragedia sono sempre militanti dell’estrema sinistra, ovvero provenienti dalla stessa cultura comunista di Tito, che pure entrò ben presto in attrito con Stalin e il centro dell’impero sovietico) o forse semplicemente dall’indifferenza di fondo di una certa Italia e dalla tendenza a fregarcene di ciò che accade agli altri, anche quando sono nostri connazionali. Tra coloro che non fanno distinzioni e danno a tutti la stessa dignità e lo stesso diritto di far conoscere la propria storia, si può certamente annoverare l’assessore alla Cultura di Polignano Marilena Abbatepaolo, che nell’ambito della rassegna EquiLibri Polignanesi ha ospitato Dionisio Simone con il suo libro “Le parole nostre. Viaggio nella memoria di un profugo istriano” (ed. Dal Sud, €15, pagg. 160). La serata è stata preceduta da una lezione del professor Aldo Muciaccia sul contesto storico delle foibe, con l’aiuto di un filmato realizzato dall’IPSAIC. Di timbro più personale, ovviamente, la testimonianza di Simone: “Papà era italiano, non era comunista, era solo un dipendente dell’arsenale di marina. Dopo il ’45, che per l’Italia è la data della Liberazione, divenne uno dei tanti schedati del nuovo regime. Negli archivi non si trovano prove di chi abbia fatto partire l’ordine (dalla strage di Vergarolla in poi) di spaventare gli italiani per farli andare via. Una cosa di cui non si parla a proposito dell’esilio è che le famiglie si sono divise. Alcuni sono rimasti lì, altri si sono trasferiti nei posti più lontani. A molti veniva modificato il cognome secondo la lingua locale. Ma in questo testo non troverete il nostro dramma, che troverete diluito con un po’ di ironia. Mi interessava recuperare attraverso il dialetto e le tradizioni quella che è stata la nostra cultura. Quando con la mia famiglia arrivammo a Polignano, da esuli, notai subito la differenza fra il nostro dialetto, più melodioso, e il vostro, più gutturale. Con mia nonna iniziai a raccogliere proverbi, preghiere e ricette della nostra terra. Poi, a maggior ragione quando siamo rimasti soli io e mia sorella, ho pensato di iniziare a selezionare le singole parole della lingua di Pola”. Anna Russo, che ha curato la prefazione, ha ricordato il titolo originale del libro “Noi parlemo ancora cusì”, che “forse era un titolo migliore perché ci portava nel dialetto e quindi nella realtà di Pola, a dimostrazione che anche la lingua crea memoria”. A proposito di memoria, concludiamo con le parole di Abbatepaolo: “Conoscendo il nostro passato usciamo di qui più arricchiti poiché ci aiuta a riflettere sul nostro presente”.

Vito Giustino

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