• sabato , 19 agosto 2017

POLIGNANO, “AMLETO” AL TEATRO VIGNOLA

POLIGNANO – Nel quarto centenario della morte di William Shakespeare, la stagione teatrale del Vignola di Polignano non poteva non ospitare almeno una sua opera. Infatti, poche sere fa è andato in scena l’”Amleto” per la regia di Daniele Pecci, anche protagonista insieme a Maddalena Crippa, Rosario Coppolino, Giuseppe Antignati, Sergio Basile, Mario Pietramala, Mauro Racanati, Marco Imparato, Vito Favata, Maurizio Di Carmine, Mariachiara Di Mitri, Pierpaolo de Mejo, Domenico Macrì, Andrea Avanzi. Tutti impegnati a rinarrare la storia del principe di Danimarca che, già in preda all’angoscia per la morte del re suo padre e alla vergogna per il repentino matrimonio fra sua madre e suo zio (fratello del re), una notte incontra lo spettro di suo padre che gli rivela di essere stato ucciso proprio dal fratello, e lo sprona a vendicarlo, innescando così una serie di eventi che segneranno in modo devastante le vite di tutti i personaggi coinvolti. Questa è esattamente la trama che Pecci e la sua compagnia portano in scena, in un allestimento impeccabilmente fedele al testo, ma la fedeltà porta necessariamente a un’opera ben riuscita?

Amleto è il male di vivere, è l’eroe moderno attraversato dai dubbi che vorrebbe essere risoluto come gli eroi antichi, è il complesso di Edipo, è il metodo insito nella follia, è il genio che si erge tra i mediocri, è il legame indissolubile con la propria sorte, è l’amore negato, è colui che è chiamato a raddrizzare le storture del proprio tempo, è il teatro che svela l’inganno attraverso se stesso… è un personaggio dalle decine di livelli di lettura, e ciò permette a ogni regista di dare la propria visione di lui. Pecci decide di non adottarne nessuna (a parte spostare l’ambientazione negli anni ’30 dello scorso secolo e aver tagliato circa un’ora di dialoghi) e si limita a riproporre la storia così come tutti la conosciamo, senza proporne alcuna rilettura. Il risultato è una riproposizione come dicevamo fedele, ma anche piuttosto convenzionale.

Si può pensare che l’intento del regista fosse evitare qualsiasi sovrastruttura e avvicinare il teatro di Shakespeare a un pubblico popolare, ma se così fosse (e sarebbe un intento del tutto legittimo, anzi meritevole) allora avrebbe dovuto andare fino in fondo e sforbiciare ancora di più il testo, perché se al termine delle tre ore di rappresentazione, noi che qualche spettacolo teatrale lo abbiamo visto, eravamo stremati (e Pecci doveva esserne consapevole visto che ha preferito evitare il dibattito col pubblico che avrebbe dovuto seguire), come si sarà sentito chi non era mai stato a teatro prima di allora?

Anche la recitazione, malgrado l’indubbio mestiere degli interpreti, non ha mai offerto momenti emotivamente forti. Insomma, l’intera operazione non merita una stroncatura, ma nemmeno un applauso convinto, proprio perché non osa in nessun modo. Ci dispiace, ma a nostro parere l’unico vero modo di esser fedeli a un classico è farlo rivivere… Tutto il resto è silenzio.

Vito Giustino

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