• martedì , 21 novembre 2017

POLIGNANO A TAORMINA PER PARLARE DI CULTURA

Si è svolto a Taormina, tra il 27 e il 28 ottobre (con conclusione la mattina del 29 a Siracusa), il convegno “Medaglieri Italiani: Workshop, Vetrine virtuali, Laboratori, Mostre itineranti”, organizzato dal MIBACT (MInistero dei beni e delle Attività Culturali e Turistiche) allo scopo di analizzare le possibilità di fare sistema e di offrire alla fruizione turistica i beni numismatici e archeologici in generale del nostro Paese. Tra i relatori del secondo giorno, l’assessore alla Cultura del Comune di Polignano Marilena Abbatepaolo. “Siamo stati invitati – spiega l’assessore – perché Stefania Montanaro e il prof. Siciliano, che sono tra gli organizzatori della manifestazione, erano stati da noi per relazionare in occasione dei convegni realizzati da Giuseppe Maiellaro nell’ambito della mostra sul vaso di monsignor Mattia Santoro. Sono rimasti colpiti dal lavoro fatto soprattutto perché noi non abbiamo un museo”.

L’intervento di Abbatepaolo, tenutosi nella cornice del Palazzo dei Duchi di Santo Stefano, aveva per titolo “La tutela e la valorizzazione dei beni culturali come identità territoriale. Racconto di una esperienza condivisa”. E’ stato accompagnato da slides in power point.

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Il testo può essere considerato una summa dei princìpi che hanno guidato l’assessore in questi quattro anni di attività: “Siamo partiti da una consapevolezza: non è possibile tutelare e valorizzare alcunché se non si conosce/attribuisce valore al bene in oggetto. Se non si ha conoscenza, se non si dispone degli strumenti adatti, non si riconosce un bene culturale in quanto tale e, di conseguenza, non gli si può attribuire alcun valore. Da qui, il degrado e lo stato di abbandono. Valorizzare, tutelare, fruire e ultimamente capitalizzare (ovvero produrre un valore aggiunto) sono i verbi comunemente usati quando parliamo di promozione delle risorse culturali di un territorio. Credo, tuttavia, che la forza di ciascuna delle azioni espressa da questi verbi sia tanto più forte quanto più intercettano il senso di appartenenza di un portatore di interesse qualunque e, quindi, quanto più esse si intersecano con l’identità del territorio che si intende promuovere. Pertanto, la prima azione da attuare dovrebbe essere educativa, ovvero fornire gli strumenti affinché l’utente riconosca quel bene come un bene culturale, quindi impari ad attribuirgli un valore. Generalmente noi non attribuiamo valore a cose che non conosciamo. Se poi al concetto di conoscenza si aggiunge anche quello di appartenenza, ovvero se un determinato bene culturale viene riconosciuto come peculiare di un determinato territorio, tanto da essere identificativo di quel territorio stesso, allora il valore che ciascuno di noi gli attribuirà sarà maggiore. Non a caso, l’art. 6 del Codice dei beni culturali e del paesaggio definisce la valorizzazione come ‘l’esercizio delle funzioni e la disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso, anche da parte delle persone diversamente abili, al fine di promuovere lo sviluppo della cultura’. Solo dopo aver riconosciuto un bene come bene culturale, sarà quindi possibile attribuirgli valore. E solo dopo l’attribuzione del concetto di valore, sarà possibile procedere con gli interventi di conservazione, riqualificazione e promozione propriamente detta del bene e, da ultimo, con gli interventi di capitalizzazione ovvero di produzione di un valore aggiunto, posto che tale capitalizzazione può avvenire, a mio avviso, in due modi. La cultura può produrre capitale umano, quando è appunto intesa come promozione sociale e personale [Pensate alla Convenzione Quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società, firmata a Faro (Portogallo) nel 2005, che traccia il quadro di diritti e responsabilità dei cittadini nella partecipazione al patrimonio culturale e descrive le varie accezioni del suo ‘valore’, secondo un approccio multidimensionale che rileva il contributo del patrimonio culturale allo sviluppo dell’essere umano e della società]; può produrre capitale economico (pensiamo per esempio al binomio cultura-turismo). Le due tipologie di capitalizzazione di un bene culturale (materiale o immateriale che esso sia) devono, secondo me, andare di pari passo. Non esiste una concreta produttività in termini economici se essa non è supportata da una crescita sociale e personale”.

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Chiarita questa visione, è stato facile raccontare i successi dalla visione stessa scaturiti, quali il rilancio di Santa Barbara, di San Vito, la mostra del vaso di monsignor Santoro, tutti i progetti culturali di cui è stato chiesto finanziamento e quelli che saranno avviati presto in collaborazione con la Soprintendenza e con diversi Enti, e tutte le ricerche di Giuseppe Maiellaro. Proprio una citazione di quest’ultimo ha pre-concluso il discorso. “Il recupero di un luogo può evocare miti, ricordi, passioni per una storia perduta. Il recupero di un luogo, la ricerca di un’armonia e di una rinnovata bellezza, può per taluni rappresentare una grande occasione, uno stimolo, una grande opportunità. La storia è patrimonio di tutti, cercarla e custodirla gelosamente è dovere di tutti”.

Al che la conclusione di Abbatepaolo: “Questo è quanto stiamo cercando di fare, aggiungere tasselli a questa storia. Il percorso è avviato e ci auguriamo possa proseguire per il meglio”.

Tutti dovremmo augurarcelo.

Vito Giustino

 

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