• venerdì , 23 giugno 2017

MOLA, UN INCONTRO PER CAPIRE L’ALCOLISMO

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MOLA – L’alcolismo è una malattia. Una malattia mortale. L’alcol crea dipendenza quanto la droga e il fumo, e il suo consumo esagerato espone a rischio tumori ben 14 dei nostri organi (bocca, prostata, faringe, utero, esofago, fegato, laringe, vescica, mammella, polmone, colon, tiroide, pancreas, encefalo). In Italia causa 170000 morti l’anno, 6000 dovuti al cancro, il resto alle altre 200 malattie all’alcol correlate (cardiovascolari, cirrosi epatica, ecc.), per non parlare degli incidenti in stato di ubriachezza. E’ il primo fattore di rischio tra i giovani. Eppure non se ne parla, mentre la pubblicità continua a invitarci a bere un drink per stare bene in compagnia e per conquistare la tipa conosciuta al bar. A Mola si è deciso di parlarne, in quello che è l’ultimo (si spera solo temporaneamente) appuntamento di “Culturaincantiere”, il ciclo di incontri organizzato dal Cantiere delle Idee e che vi abbiamo raccontato di settimana in settimana. Introdotto dal presidente di Sportello Elp Nicola Colonna, ha preso la parola Vito Campanile (dirigente medico responsabile del Centro Alcologia di Bari) per la sua lezione “Non perderti in un bicchiere”. Il dottore ha alternato slide coi dati epidemiologici sul consumo di alcol ad altre sui suoi effetti e altre ancora sulle pubblicità alcoliche. “La prima cosa da fare sarebbe concentrarsi, prima che sul problema dell’alcolismo, sulla persona che ha quel problema. Chiedersi perché ne soffre. Invece la comunità medica sembra fare passi indietro, e nell’ultima versione del Manuale diagnostico degli psichiatri americani non si parla più di abuso di alcolici né di alcoldipendenza, ma solo dei disturbi da uso di sostanze alcoliche. Inoltre quando ci si rivolge al paziente si vuol sapere solo quando ha iniziato a bere pesantemente, quando invece bisognerebbe risalire ai suoi primissimi approcci con l’alcol e in che contesto sono maturati. Infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, ci si avvicina all’alcol perché l’ambiente che ci circonda lo presenta come un fatto ‘normale’, e questo fa sì che il soggetto diventi vittima della dipendenza senza nemmeno accorgersene. In questa normalizzazione del consumo di alcol i media hanno una responsabilità altissima. Non parlo solo degli spot pubblicitari ma anche di certe fiction. Ho fatto un esposto contro la Rai perché in una puntata di ‘Braccialetti rossi’ (una fiction seguitissima dai giovani e che passa per essere molto sensibile nei confronti dei malati) la fine di una chemioterapia veniva festeggiata a base di champagne… Negli ultimi anni si è assistito a un aumento del consumo di alcolici soprattutto tra le donne, che oltretutto hanno metà degli enzimi per metabolizzare l’alcol rispetto all’uomo, il che le rende ancora più vulnerabili alle malattie alcolcorrelate. Per non parlare delle donne incinte che espongono il bambino a rischi gravissimi, dalla nascita prematura all’aborto spontaneo, agli scompensi psichici cui il bambino andrà incontro crescendo. L’alcol agisce nel cervello a livello della corteccia orbito-frontale (quella in cui risiedono i processi decisionali e le emozioni) e dell’ippocampo (quindi sull’apprendimento e la memoria). Non ho conclusioni per questo mio discorso: se i media non investono abbastanza nella sensibilizzazione è necessario che i cittadini usino il buon senso, informandosi presso i Club Alcologici Territoriali e le comunità terapeutiche, dove un personale specializzato saprà darvi tutte le informazioni di cui avete bisogno”. E che la prossima volta che ci troveremo a brindare, lo facciamo davvero alla nostra salute.

Vito Giustino

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