• martedì , 21 novembre 2017

MOLA RICORDA MARCINELLE

MOLA – Pompeo Bruno, Salvatore Capoccia, Roberto Corvaglia, Salvatore Cucinelli, Santo Martignano, Cosimo Merenda, Francesco Palazzo, Donato Santantonio, Cosimo Ruperto, Natale Santantonio, Carmelo Serrone, Ernesto Spiga, Abramo Tamburrana, Vito Verneri, Salvatore Ventura, Rocco Vita, Giovanni D’Apote, Cesario Perdicchia, Osmano Ruggieri, Vito Larizza, Pasquale Sifani, Giuseppe Pinto. Questi sono i nomi, letti dalle volontarie della Pro Loco Lorena Giannini e Anna Violante, dei 22 minatori pugliesi che trovarono la morte nella miniera di carbone di Bois du Cazier di Marcinelle.

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Era la mattina dell’8 agosto 1956. In uno dei pozzi, a più di mille metri di profondità, scoppiò un incendio. Il fumo riempì tutto l’impianto sotterraneo, provocando la morte per asfissia di 262 minatori provenienti da ogni parte d’Europa, 136 italiani, 22 pugliesi. La presenza di così tanti minatori italiani era dovuta all’accordo tra i governi italiano e belga nel giugno 1946, che impegnava il primo a inviare 50000 lavoratori in cambio di carbone a prezzo favorevole. Da quel giorno sono passati sessant’anni. L’8 agosto è la Giornata dell’Emigrazione, e Mola aveva un motivo in più per celebrarla: tra i minatori morti c’era anche un nostro compaesano, Giuseppe Pinto. La celebrazione si è tenuta con un convegno presso il Castello Angioino. A moderare l’incontro il direttore di Radio Mola International (che lo ha trasmesso in diretta) Giuseppe Aversa, che introducendo gli ospiti ha riflettuto come “Marcinelle ha aperto la strada alla sicurezza sul lavoro, a cui prima non pensava nessuno. I lavoratori versavano in condizioni pietose ed erano trattati malissimo”. Il primo a cui ha passato la parola è stato il presidente della Pro Loco molese Sabino Rutigliano, che ha incentrato il suo intervento su un argomento che conosce bene, la vita di un emigrante: “Lo sono stato anch’io per 41 anni, chi lascia il proprio paese lascia qualcosa dietro di sé, con la speranza di tornare a prenderla, ma questo non succede mai poiché una volta emigrati si è diversi dagli altri per sempre, indipendentemente che tu abbia successo o no. L’emigrazione ci sarà sempre, ma per noi è già una vittoria riuscire, come stasera, a farla vivere al pubblico come un’esperienza non solo storica ma anche umana. Continuerà a essere così se voi spargerete la voce”.

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La conferenza infatti è stata anche l’occasione per inaugurare la mostra “I tre colori dell’emigrazione” a cura della Sezione Internazionalizzazione della Regione Puglia (servizio “Pugliesi nel mondo”) e organizzata dalla Pro Loco all’interno del Museo dell’Emigrazione situato al primo piano del Castello stesso.

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Un saluto anche dal sindaco Giangrazio Di Rutigliano (il quale ha auspicato che questo sia “solo il primo di una serie di incontri dedicati ai nostri concittadini emigrati, che in ogni parte del mondo portano alto il buon nome della nostra cittadina”).

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L’europarlamentare Elena Gentile si è soffermata “sulle storie di emigrazione che ancora oggi ci riguardano. Ci ricordano che il lavoro è ciò che restituisce dignità alle persone, e non dobbiamo smarrire la storia di chi è dovuto partire per realizzare il suo progetto di vita, anche perché oggi a farlo non è più il povero minatore ma anche il laureato che non trova opportunità nella propria terra. Bisogna portare i ragazzi a Marcinelle, per insegnare loro cos’ha significato per tutti noi”. A proposito di storie da far conoscere, Lidia Catalano, presidente dell’associazione canadese “Donne pugliesi del British Columbia”, ha raccontato come la sua associazione cerca di far conoscere la cultura italiana in Canada. John Rocco Ferrara, autore del progetto “La speranza nella valigia”, dedicato a Marcinelle, lo ha illustrato spiegando come gli ha permesso di incontrare le persone più disparate, ma tutte legate alla tragedia.

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Ma il clou della serata è stato quando l’assessore alla Cultura Francesca Mola, anziché leggere il suo discorso, ha ricordato le ricerche degli uffici comunali per ritrovare almeno uno degli eredi del nostro concittadino morto nella miniera, Giuseppe Pinto. Nato a Mola il 3 maggio 1918, è stato insignito della medaglia d’oro al merito civile il 31 marzo 2005. “Quando ormai avevamo desistito, proprio stamattina si è presentato nell’ufficio del sindaco suo figlio, Vito, che era venuto a conoscenza dell’evento attraverso la Gazzetta”. Così ha invitato sul palco Vito Pinto. Questi è stato di poche parole. Forse perché ha già detto tanto in altre occasioni. Forse perché l’emozione a volte è più forte di quel che cerchi di dire. Forse perché non è facile raccontare qualcosa che hai vissuto quando avevi dieci anni, e che persino per un adulto è troppo grande da vivere. O forse perché su alcune vicende semplicemente non c’è molto da dire. “In questa settimana ho sofferto troppo… Sono tornato ieri da Marcinelle, dove ho rivisto cose che mi ero lasciato alle spalle sessant’anni fa. Ho chiuso gli occhi e ho rivissuto quel giorno in cui io e mia madre vedemmo il fumo alzarsi dalle baracche come da un campo di concentramento… E poi quattro giorni senza muoverci da davanti alla miniera in attesa di notizie. Dopo quaranta giorni furono recuperati i primi corpi. Ringrazio tutti quelli che ci furono vicini allora, anche tra le istituzioni. Quella di stasera è una bellissima iniziativa, che non deve morire. Dobbiamo ricordare i nostri caduti. Io sono fiero di essere molese e lo dico a voce alta, così come sono orgoglioso di avere un padre che ha sofferto per noi. Il tempo passa, ma i ricordi restano”.

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In seguito Pinto (che, per una sorta di compenso del destino, è diventato responsabile della sicurezza sul lavoro in una ditta) ha regalato al sindaco un libro, preso a Marcinelle, di Daniele Rossini, “L’altra Marcinelle” (edito da Acli). Il sindaco ha promesso di donarlo alla biblioteca comunale, in modo che il ricordo resti anche a chi non c’era.

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Vito Giustino

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