• giovedì , 26 aprile 2018

MOLA, “PARADISE” IN SCENA AL TEATRO VAN WESTERHOUT

MOLA – Fra il 2003 e il 2008 migliaia di polacchi vennero a lavorare in Puglia come braccianti nei campi di pomodori. Costretti a turni di lavoro massacranti e a condizioni igieniche inaffrontabili, molti di loro furono trovati cadaveri, molti altri nemmeno quello. Un vero e proprio sistema di schiavitù nel nuovo millennio, scoperto grazie alla denuncia di alcuni che erano riusciti a fuggire. Da allora di caporalato si è parlato molto, sono stati scritti dei libri (tra i più famosi “Ghetto Italia” di Leonardo Palmisano e Yvan Sagnet), fatte denunce, ma molti braccianti continuano a morire, interi comuni sembrano rifiutarsi di intervenire e la figura del “caporale” (in gergo colui che procura al proprietario terriero i lavoratori che gli servono per quella giornata) continua a rimanere avvolta nell’ambiguità, priva di qualsiasi regolamentazione legale. Ma quel che è peggio, sembra non esserci alcuna presa di coscienza da parte di coloro che di quel sistema sono parte (è di ieri l’intervista apparsa sulla Gazzetta all’imprenditore agricolo che esprimeva gratitudine ai caporali che gli procacciano la manodopera). Almeno tra i cittadini però si potrà sperare in una maggiore consapevolezza? E il teatro che ruolo può giocare in questo?

Una risposta l’abbiamo avuta l’altra sera al teatro Van Westerhout di Mola, dove abbiamo assistito alla pièce “Paradise”, una produzione Acasa scritto da Valeria Simone e diretto da Marialuisa Longo. Lo spettacolo è interpretato dall’attrice molese Elisabetta Aloia nel ruolo di Krystina, una giovane polacca fidanzata con un connazionale che vive in Italia dove si occupa di smistare braccianti. Lei è rimasta in Polonia, dove lo aiuta a distanza reclutando disoccupati da allietare con la promessa di un lavoro e caricare su un autobus diretto in Puglia. Krystina non si fa domande, per lei questo è solo il lavoro del suo fidanzato, l’uomo che l’ha tirata fuori dalla miseria donandole finalmente una vita dignitosa. E’ tanto affabile coi disoccupati quando offre loro un lavoro, quanto crudele al momento in cui si presentano alla fermata dell’autobus e per lei diventano solo un peso di cui liberarsi, forse anche un ricordo della sua vita povera. Ma, quando alcuni di loro le dicono di aver sentito che in Puglia ci sono stati dei morti nei campi, pur di non perdere un solo bracciante decide di accompagnarli personalmente fino in Puglia per dimostrar loro che non c’è niente da temere. Una volta arrivata a destinazione non viene riconosciuta, il suo fidanzato è al momento irreperibile, e lei viene messa al lavoro insieme a tutti gli altri. Il viaggio per Krystina non sarà solo dalla fredda Polonia al caldo sole pugliese, sarà un viaggio anche alla scoperta di sé e di una realtà che non conosceva, una realtà a cui lei ha contribuito per anni senza saperlo e per cui è destinata a pagare nel peggiore dei modi…

A fine spettacolo, nel foyer in cui i complimenti del pubblico si sprecano, incontriamo l’autrice del testo, Valeria Simone. Da dove è nata l’idea di dedicare un monologo al tema del caporalato? “E’ nata due anni fa in seguito alla morte di Paola Clemente. Avevo il desiderio di raccontare queste storie, che appartengono anche a me visto che appartengono al mio territorio. Il caporalato è una piaga antica, che ha attecchito qui da noi perché evidentemente ha trovato terreno fertile… Ho letto molto materiale sul caporalato (ad esempio ‘Uomini e caporali’ di Alessandro Leogrande), in particolar modo quello polacco, tutte quelle storie di morte e di schiavitù. Alcune di quelle storie sono confluite nel testo teatrale. Dopo la scoperta di quello scandalo ci fu il primo processo internazionale al caporalato, grazie al quale ci furono molte condanne ma che non ha cambiato niente. Anzi, il fenomeno non ha fatto che riorganizzarsi. Sentivo il bisogno di parlarne, di fare qualcosa”. Finora che reazioni avete riscontrato? “Ho notato che dopo la fine dello spettacolo gli spettatori non si alzano subito, come avviene di solito. Poi ci dicono che non ricordavano più nulla di quei fatti, e dimostrano molta curiosità di sapere. Come ho scritto nel testo abbiamo la tendenza a dimenticare le cose che appartengono alla nostra storia, per cui è bene ogni tanto ricordarcene”. Il fatto che il caporalato sia un argomento uscito dal cono del silenzio le sembra che incida sul cambiare le cose? “Può cambiarle nella misura in cui la gente inizia a fare attenzione a quel che le succede intorno: se prima attraversavo i campi senza far caso a chi ci lavorava, se compravo i pomodori senza chiedermi perché li pagassi così poco, ora ci penso. Se tutti iniziamo a far domande su qualcosa finiamo per indebolirla, farla uscire allo scoperto”.

Perché il messaggio di una rappresentazione passi è ovviamente fondamentale l’apporto degli attori. In questo caso il compito è quasi interamente sulle spalle della nostra Elisabetta Aloia, sola in scena per quasi tutto il tempo (a parte due camei di Lucia Zotti nei panni della madre di uno dei tanti ragazzi che non fecero ritorno) e che “interagisce” sia col pubblico sia con personaggi che restano fuori dalla scena, fornendo un’interpretazione controllata e intensa, giustamente premiata dagli applausi del pubblico. Elisabetta, come sei stata coinvolta nell’operazione? “Ho fatto un provino. E’ andato bene e da lì è partita la mia collaborazione con l’associazione Acasa. Il personaggio di Krystina è difficile perché in evoluzione, inizia in un modo e diventa tutt’altro man mano che vede accadere determinate cose e scopre qual è il suo vero ruolo. Capisce di essere una carnefice nel momento in cui diventa anche lei una vittima”. Come sei riuscita ad avvicinarti a un personaggio simile, inizialmente molto sgradevole? “Ho letto molte inchieste sull’argomento e leggendo le deposizioni delle caporalesse scopri che alcune di loro hanno alle spalle storie a loro volta drammatiche. Non dimentichiamo che tutto questo è successo vicinissimo a noi: Ortanova, Foggia… Sapere che a pochi chilometri da qui ci sono cimiteri di ignoti, dove sono sepolti braccianti carbonizzati o senza più la faccia per impedirne il riconoscimento è molto toccante”. Da attrice che passa dal teatro classico a quello civile, cosa cambia nella preparazione su un personaggio? “Veramente non tendo a mettere etichette. Il teatro è teatro, anche se cambiano i personaggi e le storie. La difficoltà di questo testo è in ciò che viene raccontato e nella forza che questa donna deve trovare in se stessa all’inizio per il lavoro che fa, e in seguito per quello che scopre. Ho dovuto ricorrere a tutte le mie risorse e questa è stata per me una bella sfida. E’ un mestiere in cui non si finisce mai di imparare”. Un testo del genere non andrebbe rappresentato nelle scuole? “Lo abbiamo proposto ad alcune scuole, ma per ora il loro calendario era pieno e ci hanno… rimandato a settembre. Speriamo che nel prossimo anno scolastico verremo presi in considerazione”. Lo speriamo anche noi. Non è mai troppo presto perché i cittadini di domani scoprano una storia che li riguarda.

Vito Giustino

 

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