• giovedì , 26 aprile 2018

MOLA, INCONTRO CON RAFFAELE SOLLECITO

012 - Copia

MOLA – L’omicidio di Meredith Kercher è stato, ed è, uno dei casi più clamorosi dell’ultimo decennio, nonché uno dei sempre più numerosi esempi di spettacolarizzazione della giustizia. Oggi uno dei protagonisti di quel caso, Raffaele Sollecito, torna alla ribalta. Con un libro, “Un passo fuori dalla notte” (ed. Longanesi, €14.90, pagg. 235), che questa sera è stato presentato alla libreria Culture Club Cafè di Mola. Un evento che ha suscitato il solito dibattito sull’opportunità o meno di dare la parola a un uomo coinvolto in un omicidio. Come se il fatto che quest’uomo è stato assolto da ogni accusa fosse un dettaglio, qualcosa che non basta a placare la nostra sete di giustizia (che troppo spesso si riduce alla ricerca del capro espiatorio), e come se in una società in cui ormai tutti parlano di tutto gli unici a dover tacere su un argomento fossero proprio i diretti interessati. Ma nonostante il caos suscitato, la serata è trascorsa serena. Il pubblico ha ascoltato attentamente le parole di Raffaele, “assistito” da suo padre (che seduto in prima fila è intervenuto più volte raccontando come sono stati vissuti questi otto anni dal resto della famiglia), dalla giornalista Annamaria Minunno e dal medico legale Franco Introna, che ha seguito il suo caso. “Ho scritto questo libro per due motivi – ha esordito Sollecito – Il primo era la voglia di riscatto dopo essere stato descritto per anni in tutti i modi, ora come manipolato e ora come manipolatore. Il secondo era poter dire la mia su come funzionano in Italia il sistema processuale e quello carcerario, realtà ignorate non solo dal pubblico, ma spesso anche dagli addetti ai lavori”. Per il resto della serata ha lasciato parlare gli altri, intervenendo poco. Da chi ha scritto un libro su di sé ci si aspetterebbero atteggiamenti egocentrici, perfino “divistici”, invece Raffaele colpisce per il suo profilo basso, come chi tutti quegli sguardi addosso li subisce, li sopporta, di sicuro non li cerca. Perfino la sua postura è quella tipica di chi “ascolta” più che di chi “parla”. Introna ha evidenziato i numerosi errori che hanno costellato le indagini sulla morte di Meredith, e che hanno portato alla detenzione temporanea di Patrick Lumumba e alle condanne in primo grado di Sollecito e Amanda Knox, in seguito tutti assolti (a oggi l’unico condannato è Rudy Guede): “Pur di avallare le tesi del pm Mignini (oggi sotto processo per abuso d’ufficio) la polizia scientifica fornì addirittura le misure sbagliate della camera (in seguito si dimostrò che era troppo piccola perché con Meredith potessero esserci altre quattro persone), e la presenza dello sperma di Guede dentro e accanto al cadavere della vittima fu ignorata. Anziché cercare un colpevole si cercavano solo prove a carico di Raffaele e Amanda, come si avesse fretta di giungere a una conclusione a causa dell’enorme pressione mediatica. Infatti, a differenza di Paesi come l’Inghilterra dove il magistrato e la giuria non devono essere influenzati (tanto che i giornali adottano il silenzio stampa e nei processi è vietato scattare foto), in Italia si lascia che l’opinione pubblica condizioni i magistrati”. A tal proposito, come Introna ha raccontato gli errori degli inquirenti, Minunno si è soffermata su quelli della stampa: “Non è mai facile raccontare in mezza pagina di giornale o in un minuto e mezzo in tv tutto quello che succede, ma troppo spesso l’ansia di arrivare per primi su una notizia ci fa perdere di vista la responsabilità di quello che diciamo, di quanto può influenzare l’opinione del pubblico e stravolgere la vita di chi è coinvolto”. Considerato che da allora le cose sono se possibile peggiorate (coi talk show di cronaca ormai indistinguibili dai reality) tutti noi che diciamo di fare informazione dobbiamo a maggior ragione stare sempre più attenti.

Vito Giustino

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