• venerdì , 23 giugno 2017

MOLA, IN RICORDO DI FRANCESCO MARCONE

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MOLA – Quanti di noi sanno chi era Francesco Marcone? Sicuramente pochi. Eppure sarebbe nostro dovere conoscerlo, perché viveva poco lontano da noi, a Foggia, e perché fu il primo funzionario pubblico ucciso dalla malavita organizzata. Non era un magistrato antimafia, non era un giornalista d’inchieste, era semplicemente il direttore dell’ufficio del Registro di Foggia. In poche parole, si occupava della riscossione delle tasse. Nel suo ufficio riceveva giornalmente i contribuenti per sollecitarli a pagare, ma anche per ascoltare i loro problemi. Fu così che venne a sapere che i cittadini venivano avvicinati da non meglio identificati mediatori, i quali promettevano di aiutarli a sveltire le pratiche di pagamento. Marcone non ci pensò due volte e non solo fece sapere che non esistevano mediatori esterni al suo ufficio, ma inviò un esposto alla Procura della Repubblica per denunciare la cosa. Inoltre stava già svolgendo nuove indagini che avrebbero portato a un secondo esposto. Che non avrebbe mai visto la luce. Pochi giorni dopo aver inviato la prima segnalazione, il 31 marzo 1995, Francesco Marcone fu assassinato sulle scale del suo palazzo mentre rincasava. Ancora oggi non si sa chi sia stato. I media parlarono pochissimo dell’accaduto (di lì a pochi giorni iniziò lo sciopero dei giornalisti, e quando questi tornarono al lavoro la notizia era ormai considerata sorpassata) e la magistratura si trovò a lavorare senza nessun aiuto da parte della cittadinanza. Nessuno sapeva niente. Da allora sono passati più di vent’anni e oggi un libro, una graphic novel, racconta la vita e l’omicidio di Marcone. Il libro, scritto e disegnato da Remo Fuiano, si intitola “Francesco Marcone: colpevole di onestà” (ed. La Meridiana, €12, pagg. 51), è stato voluto da Daniela Marcone, figlia di Francesco e oggi vicepresidente di “Libera”, l’associazione fondata e presieduta da don Luigi Ciotti per ricordare le vittime di tutte le mafie.

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Ed è stata proprio Daniela a presentarlo a Mola, in un incontro organizzato presso la chiesa Sacro Cuore (in collaborazione con la libreria Culture Club Cafè) coi ragazzi della scuola media “Alighieri-Tanzi”. Introdotta dalla giornalista Annamaria Minunno (che ha moderato l’incontro), dal sindaco Giangrazio Di Rutigliano e dalla preside della scuola Cinzia Brunelli, che hanno incentrato i loro interventi sull’importanza che di questi temi non si smetta mai di parlare, Daniela ha raccontato la sua esperienza di figlia che considerava la mafia qualcosa di lontano dalla realtà quotidiana, “per me la mafia stava in Sicilia, cosa c’entrava con noi? Persino dopo aver infilato il portone e aver visto il corpo di mio padre riverso per terra sulle scale, mentre correvo ad avvisare mia madre e mio fratello dicevo a me stessa che quello non era mio padre… Nelle settimane successive, scoprii sulla mia pelle cos’era la mafia. La mafia non era solo l’assassino di mio padre, era anche le voci che iniziarono a girare su di lui, che ad ucciderlo fosse stato un marito geloso, era anche nel silenzio dei media e nella solitudine in cui fu lasciata la mia famiglia. Se il funerale era gremito di gente, al trigesimo c’eravamo solo noi. Mio padre è stato ucciso solo perché aveva fatto il suo dovere, denunciare un’irregolarità, eppure da morto è stato trattato come se il torto fosse suo. L’anno dopo fui invitata a un convegno di ‘Libera’, e a un certo punto della manifestazione furono scanditi i nomi di tutte le vittime di mafia. Quando fu nominato anche mio padre fu un’emozione immensa, indescrivibile. Da allora iniziai a collaborare sempre più a stretto contatto con ‘Libera’ fino a diventarne vicepresidente. In questi anni ho imparato cosa intendeva mio padre quando diceva a me e a mio fratello ‘Lo Stato siamo noi’, che ognuno di noi deve fare la sua parte come l’ha fatta lui. Nel momento in cui assistiamo a un’ingiustizia e ci voltiamo da un’altra parte, in cui infrangiamo una regola che è per il bene di tutti, in cui applaudiamo chi dà il cattivo esempio perché lo vediamo come un furbo, in quel momento non siamo più lo Stato ma diventiamo mafia. Ecco perché la mafia ci riguarda tutti”. La platea dei ragazzi era molto vasta. Se per qualcuno di loro non è stato facile seguire un discorso simile, con conseguenti rumori molesti tipici di queste situazioni, altri di loro sono intervenuti con domande mirate e con osservazioni sul fenomeno mafioso di sorprendente lucidità per persone così giovani. Se lo Stato è anche questi ultimi ragazzi, ha ancora delle speranze.

Vito Giustino

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