• venerdì , 15 dicembre 2017

MOLA, “IL TESTAMENTO DI DON LIBORIO” AL TEATRO ANGIOINO

MOLA – Un lungo dialogo tra un uomo che ha molto da raccontare, uno che ha voglia di sapere, e uno che preferirebbe non si sapesse. Argomento del discorso: l’Unità d’Italia. Questa in estrema sintesi la trama della pièce teatrale “Il testamento di Don Liborio, padre d’Italia”, scritta e diretta da Umberto Rey e andata in scena al teatro Angioino di Mola, con le musiche composte da Pino Aversa (a eccezione della sigla realizzata da Angela Montemurro).

La storia si svolge nel 1866. Lo storico Fulvio Bedin (interpretato da Armando Merenda) riceve un invito a recarsi presso la villa del barone don Liborio Romano (personaggio storicamente esistito, ministro del regno borbonico e il cui ruolo nell’unificazione del Paese non è mai stato del tutto chiarito). Giunto lì incontra, oltre allo stesso don Liborio (interpretato dal regista Rey), il notaio Cosimo Margiotta (Bruno Verdegiglio). Don Liborio afferma di avere delle dichiarazioni da fare su chi c’era veramente dietro l’Unità, ma fa promettere ai due che le sue rivelazioni, il suo testamento, saranno tenuti sotto chiave per 150 anni. Nel 2017 il tempo è scaduto…

Una pièce, dicevamo, ma prima ancora un libro dal medesimo titolo (ed. Giuseppe Laterza, €14, pagg. 115), che è stato presentato sempre a Mola, presso la libreria Culture Club Cafè, dall’editore, dall’autore e da due attori del cast, Merenda e Annalisa Boni (che nello spettacolo appare tre volte nei panni dell’Italia, vestendo di volta in volta di bianco, di verde, di rosso, laddove ognuno di questi colori assume un preciso significato). Nella presentazione del libro (un po’ più ampio della versione teatrale, essendoci anche una parte relativa al presente in cui si incontrano i pronipoti dei protagonisti) è stato soprattutto Rey a tener banco, spiegando la tesi di fondo della sua opera. “Ho voluto raccontare chi sono i veri padri d’Italia: non solo Cavour, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele, ma anche altri personaggi, fra cui Liborio Romano appunto, Filippo Curletti, Tore Crescenzo, capo della camorra napoletana. Quest’opera si basa su tre criteri fondamentali: il primo, che l’Italia unita non è stata voluta solo da italiani ma anche e soprattutto da stranieri, ovvero dall’Inghilterra che voleva uno sbocco sul Mediterraneo e ritenne che re Vittorio Emanuele fosse la persona adatta a gestire questa operazione. Come vediamo già allora le potenze straniere decidevano per gli italiani… Il secondo, che c’è stato un patto tra l’allora ministro del Regno delle Due Sicilie Liborio Romano e la Camorra (nella persona del boss Tore Crescenzo, interpretato nella piéce da Pino Aversa) perché quest’ultima permettesse alle truppe di Garibaldi di entrare a Napoli in cambio del controllo del territorio mentre Vittorio Emanuele e i suoi sarebbero rimasti a Torino senza interferire. Fu l’inizio dello strapotere della mafia sul meridione. Il terzo è che dopo l’Unità d’Italia centinaia di migliaia di soldati borbonici furono imbarcati da Napoli verso Genova e lì smistati in veri e propri campi di concentramento: Fenestrelle, San Maurizio… Si salvarono solo coloro che accettarono di rinnegare il Regno delle Due Sicilie e giurare fedeltà alla neonata Italia. Io non rivendico nulla, ma ritengo sia arrivato il momento di raccontare questa storia, poiché è una storia che ci riguarda, è la nostra”.

Da semplici spettatori, la pièce ci è sembrata un po’ troppo verbosa: in pratica i protagonisti non fanno che raccontare, e quasi inesistente è lo spazio dato all’azione. Questo può causare problemi di attenzione nel pubblico meno preparato. Se Rey riuscirà nell’intento dichiarato di trarre un film dal suo testo ci auguriamo possa sopperire a questa lacuna. Non entriamo nel merito delle sue tesi poiché ci rendiamo conto che richiedono un dibattito ben più approfondito, e un’occasione potrebbe essere data già il prossimo 20 aprile, con un incontro sull’Unità d’Italia che si terrà all’interno della Pro Loco di Mola, durante il quale verrà ripresentato il libro. Che comunque la si pensi ha il merito di riportare in auge un argomento come l’Unità, tanto lontano nel tempo quanto ancora attuale.

Vito Giustino

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