• venerdì , 27 aprile 2018

MOLA, FLAVIO ALBANESE PORTA PLATONE A TEATRO

Flavio Albanese (al centro) in un momento dello spettacolo

MOLA – La virtù si può insegnare? Si apre con questa domanda uno dei più noti dialoghi platonici, il “Menone”. E così inizia la trasposizione che il regista teatrale Flavio Albanese ne ha tratto, “I numeri dell’anima”, andata in scena tempo fa al Van Westerhout di Mola e che prosegue il suo cammino nei teatri d’Italia. Una trasposizione libera ma nel contempo fedele, come ci ha ormai abituati il regista (cui dobbiamo, in coppia con la sua compagna artistica e di vita Marinella Anaclerio, trasposizioni in chiave pop da Pirandello, dagli studi di Leonardo, dall’Orlando ariostesco, dal ciclo arturiano e quant’altro), qui anche protagonista nei panni di Socrate, il quale, interrogato dal rivale Menone sulla domanda che apre anche il nostro articolo risponde a modo suo andando alle origini del significato della virtù, scompaginando le certezze del suo avversario e di noi ascoltatori. Albanese regista in scena dicevamo, e in quanto tale dirige il gioco, lo riscrive (perfino l’improvvisazione è parte di un disegno più grande), mette alla prova oltre i loro ruoli i giovani comprimari sul palco (bravissimi Loris Leoci nei panni di Menone e Roberto De Chirico nel monologo sul mito di Er o della responsabilità individuale) e noi in platea, adotta un linguaggio moderno pur lasciando intatta la complessità del testo. E, come Socrate tremila anni fa, ci lascia col dubbio: se un uomo può, tramite ragionamento, giungere a risposte che non conosceva, quelle risposte gli preesistono? Quelle che chiamiamo intuizioni sono in realtà reminiscenze di una Verità più antica dell’Uomo stesso?

Vito Giustino

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