• venerdì , 27 aprile 2018

MOLA DI BARI, EQUO E SOLIDALE: L’ESEMPIO DI ALMA TERRA

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MOLA DI BARI – In un momento storico nel quale i dibattiti sui grandi temi sociali ed economici offrono tante volte una narrazione percepita come stucchevole ed astratta commistione di cifre, anglicismi e mito della crescita, diventa particolarmente stimolante l’indagine di certe piccole realtà sociali ed economiche che si sono chiamate fuori dall’imperialismo di un mercato spesso percepito come entità che nei suoi connotati più oscuri ricorda molto il misterioso ed inquietante Grande Fratello di cui scriveva George Orwell più di cinquant’anni fa, ma sempre attuale e da leggere quando si ha tempo e voglia di riflettere un po’.                                                

Una di queste piccole realtà  è certamente quella rappresentata dal commercio equo e solidale, dapprima sostenuta da un movimento nato nei Paesi Bassi all’inizio degli anni Sessanta del Novecento, per poi diffondersi nel resto d’Europa e in America, con l’obiettivo di favorire gli scambi commerciali fra paesi, nell’ambito di un riequilibrio internazionale delle relazioni e della giustizia sociale ed economica, come ci ha gentilmente spiegato Isabella Colonna, che dal 2005 si occupa di commercio equo e solidale a Mola attraverso l’associazione Alma Terra: “il commercio equo e solidale, secondo i Criteri esposti nella Carta del Commercio equo e solidale, deve garantire il giusto guadagno ai produttori, la vita democratica delle loro organizzazioni, che sono quasi sempre piccole cooperative, l’uguaglianza tra uomini e donne e il rispetto dell’ambiente. Un altro cardine importante è il prefinanziamento per impedire che i produttori facciano ricorso a prestiti per l’avvio della produzione. Una parte del guadagno viene destinata ad opere sociali destinate alla comunità, come scuole, pozzi, ecc. In questi ultimi anni sono entrati nel circuito del commercio equo anche cooperative che operano in Italia che portano avanti importanti progetti quali la coltivazione e la trasformazione di prodotti provenienti da terre confiscate alla mafia, o prodotti che provengono da laboratori nati nelle carceri o in altre situazioni di disagio sociale. Anche per queste realtà è fondamentale il rispetto della dignità dei lavoratori e dell’ambiente in ogni tratto della filiera produttiva. In Italia e in Puglia sono emerse ultimamente situazioni di sfruttamento, e addirittura di vera e propria schiavitù che ci devono far riflettere e che ci devono spingere a fare scelte conseguenti”.     

Come si è sviluppato il commercio equo e solidale qui a Mola?

“Non possiamo dire che c’è stato un grande sostegno. Le scuole dell’obbligo ci ospitano ogni anno per la merenda della solidarietà che ci permette di far conoscere ai bambini l’esistenza del progetto. Anche qualche parrocchia ha mostrato attenzione per la nostra attività. E noi siamo a loro veramente grati. Ci è mancata una piena condivisione del progetto che richiede soprattutto continuità. Chi sceglie di fare i regali di Natale con articoli del commercio equo e poi tutto il resto dell’anno va a fare la spesa al supermercato ad acquistare prodotti delle multinazionali non possiamo dire che condivide il progetto. E lo stesso vale per chi decide di fare le bomboniere per le diverse occasioni e poi non mette più piede in bottega. La bottega è riuscita a vivere dieci anni soprattutto perché si è poggiata sul lavoro volontario e sul sostegno, anche economico, dei soci e delle socie. C’è anche da dire che è stata l’ottima qualità dei prodotti e anche i prezzi contenuti ad aver legato un certo numero di persone ai prodotti del Commercio equo e solidale, persone che ora fanno parte del Gruppo di Acquisto Solidale”.

Quali sono state le principali difficoltà incontrate?

“Le più grandi difficoltà incontrate riguardano il far quadrare i conti. I margini di guadagno sui prodotti del commercio equo sono minimi, invece i costi da affrontare sono uguali a quelli di tutti le altre attività commerciali. Pensa che il Comune di Mola nel regolamento dei rifiuti solidi urbani prevedeva l’abbattimento del 50% per le associazioni senza scopo di lucro, lo scorso anno questa agevolazione è stata eliminata, creandoci grossi problemi. Un’altra difficoltà che abbiamo incontrato riguarda la disponibilità di volontari per l’apertura quotidiana della bottega alla quale c’è da aggiungere in alcuni periodi anche il lavoro nelle scuole. Il peso di questo impegno è stato retto per 10 anni sempre dalle stesse persone che per ragioni diverse (ma anche semplicemente per l’avanzare dell’età) negli ultimi anni hanno cominciato a sentirne tutto il peso. E’ stato per questo che l’attività commerciale è stata chiusa per dare vita al Gruppo di Acquisto Solidale che ci dà la possibilità di continuare a tenere in vita il progetto, ma con un minor impegno. I giovani volontari presi dai loro impegni personali danno una collaborazione saltuaria e soprattutto nei mesi estivi, collaborazione preziosa, ma non utile al fine del lavoro quotidiano”.

Hai mai avuto la possibilità di effettuare delle verifiche “sul campo”, visitando le aziende sparse per il mondo che fanno riferimento al circuito del commercio equo e solidale?

“Una nostra socia annualmente partecipa a viaggi nelle diverse parti del mondo per conoscere da vicino la realtà del commercio equo e grazie a lei conosciamo da vicino le realtà dei diversi progetti. Io personalmente ho potuto vedere da vicino un’organizzazione femminile palestinese che opera nei campi profughi. La loro produzione è quella del ricamo a punto croce su capi di abbigliamento e oggetti di arredo, ma la loro attività va ben oltre perché gestiscono asili nido e centri sociali che nei campi profughi hanno una funzione essenziale”.

Concludendo, l’avvicinamento alla filosofia che ruota attorno alla pratica del commercio equo e solidale, a prescindere dalla soggettiva condivisione e dalle legittime perplessità, può dunque rivelarsi un’ottima opportunità per dilatare la prospettiva individuale di chi si sente cittadino del mondo e rifuggire in questo modo sia dalla cultura dell’appiattimento globale che disconosce o non valorizza le differenze, sia dalla cultura della riduttiva chiusura campanilistica, entrambe molto spesso predicate e praticate.

Antonio Aprile

 

 

 

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