• venerdì , 23 giugno 2017

MOLA, ALLA SCOPERTA DEL POLLINO E DELL’ALTA MURGIA

MOLA – Per uscire da una crisi, talvolta, bisogna innanzitutto uscire da se stessi. Anche geograficamente. Lasciarsi momentaneamente alle spalle la propria piccola dimensione quotidiana può aiutarci a vederla da un’altra prospettiva, e confrontarci con altre realtà può permetterci di tornare alla nostra con nuove idee e nuovi stimoli. In quest’ottica vanno visti gli ultimi incontri del Cantiere delle Idee di Mola, articolati in due serate e incentrati rispettivamente sul Parco del Pollino e quello dell’Alta Murgia, due realtà apparentemente distanti dalla nostra ma che molto possono insegnarci. Aperti da un saluto del presidente della Pro Loco di Mola Sabino Rutigliano (“Da tempo la Pro Loco si propone di organizzare visite alla scoperta del nostro patrimonio culturale e naturale”) e dall’introduzione di Marianna Lassandro, socia della Pro Loco stessa e dell’associazione Sportello Elp, che ha moderato entrambi gli incontri, la prima parola è stata del vicepresidente del CAI (Club Alpino Italiano) di Bari Maurizio Armenise. Questi ha tracciato un breve profilo dell’associazione, creata nel 1863 da Quintino Sella, e che conta oggi più di trecentomila soci. Ognuno ha un ruolo, dall’accompagnatore all’istruttore al soccorritore e quant’altro, non a caso la filosofia del Club è la conoscenza della montagna in ogni suo aspetto. Federico Caizzi, accompagnatore, dopo aver spiegato che le escursioni del CAI non sono solo per i soci (chiunque può contattarli attraverso il sito www.caibari.it) ha spiegato l’organizzazione di un’escursione, ovvero il pagamento dell’assicurazione, i corsi di preparazione, la valutazione dello stato fisico e mentale dei partecipanti, la loro attrezzatura, le loro capacità, il fattore ambientale (che include fra le altre cose le caratteristiche del percorso e le condizioni meteo), e anche l’eventualità di sospendere tutto e tornare indietro se è a rischio la sicurezza e la salute anche di un solo partecipante. L’escursionista Giovanni Calabrese ha raccontato il parco del Pollino, il più grande d’Italia (oltre 200000 ettari), nonché uno degli ultimi istituiti (1993). Un parco in montagna (prende il nome dal monte Pollino), ma da cui nelle giornate particolarmente serene è possibile vedere sia il mar Ionio che il Tirreno. La lettura scenica di Floriana Severo, che ha letto una missiva del 1855 inviata al presidente degli Stati Uniti da un capo pellerossa (che sbatte in faccia agli occidentali di ieri e di oggi l’assurdità di voler compravendere l’ambiente, cioè una cosa di tutti), ha in qualche modo introdotto l’intervento di Franco Lombardozzi dell’associazione Puglia Forever, incentrato sul pessimo stato dell’ambiente naturale, che di naturale ha sempre meno. Un comportamento umano suicida, non solo perché quel che facciamo alla natura prima o poi ci viene restituito con gli interessi, ma perché il patrimonio ambientale potrebbe essere una grande attrattiva turistica. A maggior ragione oggi che siamo sempre più metropolitanizzati. Idealmente il discorso è stato ripreso la sera dopo da Antonella e Angela Ciocia dell’associazione Inachis di Bitonto (sede distaccata di quella centrale, che è in Abruzzo), che hanno spiegato le loro attività di volontariato in un altro parco nazionale, quello dell’Alta Murgia. Hanno raccontato le caratteristiche del parco (istituito nel 2004 e che si estende per 68000 ettari). Anzitutto quelle morfologiche: è in gran parte roccioso (non a caso il suo nome deriva da “mur”, roccia), ma è caratterizzato dalla presenza di residui di un originario querceto, oltre che da coltivazioni e rimboschimenti. L’uomo ha infatti più volte agito sul territorio, ad esempio dando vita ai tratturi, i lunghissimi percorsi delle mandrie in transumanza di cui ci siamo occupati in un altro articolo. Né la sua storia si riduce a questo, avendo dato lavoro agli archeologi con le tracce di dinosauri qui trovate; è stata un possedimento di Federico II di Svevia e, in tempi molto più recenti, una base missilistica segreta NATO ai tempi della guerra fredda. Attualmente ospita circa 1500 specie vegetali (il 25% di quelle presenti su tutto il territorio nazionale) e animali in prevalenza di piccola taglia (donnole, faine, volpi, cinghiali…), che Angela e Antonella hanno elencato suddividendoli per colore. Colori accesi, vivi, come la natura. L’ultima parte è stata dedicata alle attività della loro associazione nel parco, prima fra tutte la rete di mobilità lenta: la creazione di sentieri che in futuro permetteranno ai turisti di compiere visite guidate a piedi o in bici. Il prossimo tratto sarà tracciato nel weekend del 25 aprile. Ci piacerebbe documentarvelo, e se non sarà possibile in questa occasione speriamo ce ne sia una prossima. Il cammino è ancora lungo (in tutti i sensi) ed è importante sapere e far sapere che esiste.                                                                                                                                         

 Vito Giustino

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