• venerdì , 20 aprile 2018

L’ITALIA E’ CULTURA? SI, SE HAI CONOSCENZE E SOLDI PER SOSTENERLA

_MG_0910

 

CONVERSANO –  L’Italia è cultura? Stando alle parole dei soci fondatori dei più importanti istituti culturali italiani che si sono riuniti a Conversano, nell’ambito della seconda conferenza nazionale dall’AICI ospite della Fodnazione Di Vagno,  c’è tanta cultura ma occorre aprire le porte – realmente e non a parole – ai giovani, altrimenti si rischia di far diventare questi enti dei luoghi dell’archeologia del passato destinati ad esaurirsi con “l’estinzione” dei suoi direttori e presidenti la cui età media si aggira intorno ai 70anni.

 E’ chiaro che la loro sopravvivenza/esistenza è collegata, oltre che alle singole iniziative e attività, anche ai contributi governativi e all’abilità di ciascun Ente di relazionarsi con il proprio referente politico. Qualcuno ha detto:  “i soldi ci vogliono e quando ci sono bisogna prenderli ma difendendo la propria libertà di azione e identità” soggiacendo solo ai vincoli di valutazione. Dunque la cultura emerge come bene indispensabile per la nostra vita ma se non hai soldi e conoscenze altolocate non si può fare cultura. Non ci sono i mecenate di una volta, nessuno fa niente per niente a parte qualche extraterrestre culturale che crede ciecamente in ciò che fa e pensa che il resto del mondo possa volontariamente e senza percepire nulla condividere e sostenere certe cause culturali!

“Questa seconda conferenza dell’AICI, – ha detto Gianvito Mastroleofra la prima che si è svolta a Torino e la terza ormai preannunciata a Firenze, si situa in questa Città del Sud che con la sua storia e cultura del rinnovamento – ma anche della testardaggine propria della civiltà contadina – ha saputo porsi come punto di riferimento nella Puglia, ed oltre la Puglia: la quale saprà offrirsi al meglio della sua grande tradizione.”

E infatti “non è stato un convegno meridionalistico ma nazionale” come ha più volte affermato il Presidente dell’AICI Valdo Spini che ha aperto i lavori giovedì 8 e li ha chiusi sabato 10 ottobre. “Italia è cultura significa unità nazionale e valorizzazione della immagine italiana nel mondo strettamente legata alla cultura. 

Per questo “la messa in rete delle fondazioni e degli istituti rappresenta una necessità, un’esigenza concreta e non uno slogan” nonostante vivano un momento di grande difficoltà economica l’AICI ha indicato tre direttrici di potenziamento e di rinnovamento:  la messa in rete degli istituti e delle fondazioni, l’europeizzazione e internazionalizzazione, l’incentivo al finanziamento privato. Questre tre direttive speriamo trovino concretezza nel bando Horizon 2020 al quale l’AICI, per il tramite di 17 fondazioni si è impegnata partecipando con il progetto “L’eredità culturale della prima guerra mondiale nell’Europa contemporanea.”

 

Il rapporto con i privati e il sostegno da parte della imprenditoria è l’alta fonte di vita delle istituzioni culturali nonchè argomento di cui si è parlato oggi (ieri, ndr), particolarmente importante per il Mezzogiorno che si connota per la presenza di una sola Fondazione Bancaria in Puglia, di un sistema economico e produttivo storicamente più debole rispetto al resto del Paese, e per la frammentazione del tessuto produttivo in una rete di piccole talvolta piccolissime imprese.

 

“Chiederemo al governo di estendere le prerogative dell’Art bonus anche agli istituti culturali. – Ha promesso il Sindaco di Bari Antonio Decaro in qualità di vice presidente di ANCI- ma alle istituzioni culturali si prospetta, se non vogliono seguire il percorso, in qualche misura autoriduttivo, dell’ancoraggio al territorio e della dipendenza finanziaria esclusiva dai poteri pubblici regionali e locali, la strada della riconversione para-imprenditoriale: – per assicurarsi compensi corrispettivi di ricerche e servizi tarati sulle esigenze dei committenti; – o per garantirsi il flusso di canoni pertinenti alla gestione di beni culturali, sia quelli di elevato interesse nazionale (e, quindi, relativamente a beni statali), sia quelli connotati da un minor grado di interesse pubblico (e, quindi, di proprietà regionale o locale)”.

Tutto questo potrebbe accadere se ci trovassimo in un contesto europeo che riconosca il mezzogiorno e il Mediterraneo come parte dell’Europa e non come territorio distinto ma “In realtà, in Europa come in Italia deve essere ancora assimilato il concetto che senza una crescita del proprio Sud è impossibile uno sviluppo adeguato dell’intera realtà territoriale nella quale non possono divergere gli interessi fra centro e periferia.” Lo vede con con chiarezza il Professor Ennio Triggiani intervenendo così e ricordando Aldo Moro quando affermava “Nessuno è chiamato a scegliere tra l’essere in Europa e nel Mediterraneo, poiché l’Europa intera è nel Mediterraneo”.

 

“Analoghe considerazioni possono essere fatte sul piano strettamente politico – continua Triggiani- E’ sufficiente por mente all’inadeguatezza dei Paesi europei di fronte ad una situazione internazionale caratterizzata dall’aggravarsi delle crisi nel Mediterraneo meridionale, in cui all’annosa questione israelo-palestinese si è pesantemente aggiunta l’avanzata del Califfato islamico e nel quale confluiscono imponenti flussi migratori accentuati dall’instabilità di molti governi e dalle guerre in atto.”

 

E’ questo l’indispensabile orizzonte di riferimento per rendere progressivamente concreta la dichiarazione resa più di mezzo secolo fa da Jean Monnet: “Noi non coalizziamo gli Stati, noi uniamo gli uomini”. Ed il collante principale, in tal senso, attraverso il moltiplicarsi dei rapporti non solo interstatali ma anche fra soggetti pubblici e privati a partire dalle Università e dagli Enti culturali (come l’AICI), non può che basarsi su di un grande progetto di investimento culturale.

 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Related Posts