• venerdì , 27 aprile 2018

LECTORINFABULA, RICORDANDO “SANTA MARADONA” INSIEME A MARCO PONTI

CONVERSANO – Prosegue, con grande successo di pubblico, la tredicesima edizione di Lectorinfabula, la manifestazione culturale che si svolge ogni anno nel centro storico di Conversano, e che quest’anno ha come tema “Si fa presto a dire Rivoluzione”. Tra gli ospiti, il regista di un film che all’epoca della sua uscita (2001) contribuì effettivamente a una piccola rivoluzione all’interno del cinema italiano: trattasi di Marco Ponti, e il film è “Santa Maradona”, con Stefano Accorsi e Libero De Rienzo che interpretavano due trentenni disoccupati, Andrea e Bart. Una fotografia amaramente ironica dell’Italia di allora, arricchita da citazioni (cinematografiche, letterarie, fumettistiche, ecc.) e da dialoghi mai banali. Presentato da Annamaria Minunno, Ponti si è sottoposto dapprima alle domande di Angela Bianca Saponari, poi a quelle degli studenti che affollavano la sala (e che ai tempi del film non erano nemmeno nati, il che ha consentito un interessante confronto generazionale), e infine alle nostre. Eccovi la nostra chiacchierata.

“Santa Maradona” uscì nello stesso anno, il 2001, de “L’ultimo bacio” e de “Le fate ignoranti”, e si parlava di una rinascita del cinema italiano. In realtà a quella “rinascita” sono seguiti vent’anni di buio. Ora sembra che tornino a brillare nuove idee. Come vede il cinema italiano attuale alla luce di quello che è stato dall’anno del suo esordio?

“Per un bel po’ di anni c’è stato un monopolio della commedia, i produttori tendevano a investire tutte le risorse in quel genere. Un genere nobile, sia chiaro, ma se ti offrono solo quello alla lunga stanca, senti l’esigenza di un’alternativa. Recentemente, grazie a registi molto talentuosi e coraggiosi, il cinema italiano ha preso fondamentalmente due strade. La prima, quella di Matteo Rovere con ‘Veloce come il vento’, di Gabriele Mainetti con ‘Lo chiamavano Jeeg Robot’, o del compianto Claudio Caligari con ‘Non essere cattivo’, che individua direzioni non canoniche per il nostro cinema: le corse d’auto, il film supereroistico, il film d’azione… La seconda, che affronta la narrazione italiana con cast anglosassoni, una cosa che in Italia è stata fatta in passato ma che non si faceva più: Gabriele Salvatores con ‘Educazione siberiana’, Paolo Sorrentino con ‘This must be the place’, Luca Guadagnino con ‘A bigger splash’, Fabio Guaglione e Fabio Resinaro con ‘Mine’… Volendo ci sarebbe una terza via, che però è laterale, la serializzazione tv. Con nuovi produttori come Sky, Netflix, Amazon, che vogliono investire sui nostri registi, entrano nuove risorse e nuove idee. Questo vuol dire che il cinema italiano sta bene? Non lo so, ma essendo cambiato il panorama sembra esserci un enorme richiamo all’avventura e alla sperimentazione sia per i registi consolidati che per quelli più giovani. Una sensazione di libertà che è mancata per molti anni e che ora sta a ciascuno di noi sfruttare al meglio, raccontando storie nuove o quantomeno in modo nuovo.”

E lei in questo nuovo panorama come si colloca?

“Dei film che ho citato prima ho amato molto ‘Mine’ e ‘Veloce come il vento’. Non sempre il nuovo è bello, ma in questo caso direi proprio di sì. Quanto a me, è sempre difficile valutare se stessi e quello che si fa. Diciamo che mi piace molto avere queste opportunità, e il film che ho appena finito di girare e che dovrebbe uscire a marzo, ‘Una vita spericolata’, rappresenta da un lato una rottura rispetto a quello che ho sempre fatto, dall’altro contiene un’eco di ‘Santa Maradona’, quasi un’esigenza di tornare a quel tempo.”

Tornando appunto a ‘Santa Maradona’, il film conteneva anche una certa autocritica alla nostra generazione; a un certo punto Andrea e Bart si rimproveravano a vicenda (e quindi rimproveravano se stessi) di essere due vigliacchi, di non riuscire a costruire niente per paura. Se lei girasse lo stesso film oggi sarebbe ancora così critico con i protagonisti? Oppure la generazione di oggi è maggiormente vittima di una situazione che non ha scelto?

“Il mondo in cui Bart e Andrea vivevano lo avevano in parte ereditato, ma in parte anche creato. Penso che un loro coetaneo di oggi si trovi nella stessa situazione: vivi in un mondo che ti hanno dato, ma che definisci tu, quindi il livello di insoddisfazione è lo stesso. Credo che oggi sarebbero ancora più spaventati da una serie di cose complesse da decodificare. Ci sarebbe da inserire la dimensione dei social network; nel 2001 le relazioni erano ancora faccia a faccia, oggi si sono virtualizzate, e dei personaggi così si sarebbero scavati una fossa ancora più profonda, da cui uscire richiederebbe uno sforzo ancora più eroico.”

E “quei” Bart e Andrea che fine hanno fatto? Dove sono ora a distanza di vent’anni?

“Nel finale del film, che citava ‘Butch Cassidy’, Bart e Andrea uscivano a sfidare il mondo con la spavalderia di chi sente di potercela fare. Non sapevamo se ce l’avrebbero fatta, ma l’importante era che non si fossero arresi. Il mondo di oggi è complicato quanto quello di allora, e quando mi sento con Stefano e con Libero ci chiediamo spesso cosa direbbero oggi Andrea e Bart, come reagirebbero a certe cose. Sarebbero dei quarantenni disincantati, integrati? Ci rispondiamo sempre di no, sarebbero ancora incasinati e autolesionisti, ma di sicuro ancora arrabbiati. Possono anche aver avuto una vita non entusiasmante, ma allora come oggi non hanno mai alzato bandiera bianca. Sono ancora vivi.”

Vito Giustino

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