• sabato , 16 dicembre 2017

LA PESTE A MOLA NEL XVII SECOLO

MOLA – “Quando un popolo non ha più un senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Diventiamo creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è la vera ricchezza del passato”. Queste parole di Cesare Pavese sintetizzano lo spirito dell’iniziativa della III G della scuola “Alighieri-Tanzi” di Mola, i cui ragazzi, in quest’anno scolastico che ormai volge al termine, hanno portato avanti un lavoro di ricerca sulla vita a Mola nel XVII secolo, ricordato soprattutto per la peste che colpì anche il nostro paese insieme al resto d’Europa. Un’operazione di riscoperta di un capitolo della nostra storia (iniziata l’anno scorso con la lettura delle pagine de “I Promessi Sposi” dedicate appunto alla peste), a cui si è aggiunta la riapertura al pubblico, per un giorno, della chiesa di San Giacomo, che fu costruita nel 1692 per ringraziare della fine dell’epidemia e che si trova nell’omonima stradina di Mola (la quale, per chi non lo sapesse, è una traversa di Corso Umberto I, la terza a partire da piazza XX Settembre).  Proprio lì, in quella stradina, davanti a quel portone occasionalmente riaperto, si è tenuta, poche ore prima della rappresentazione, una conferenza introdotta dalla preside della scuola Cinzia Brunelli e dalla coordinatrice del progetto, la professoressa Rosanna Mannarino. Davanti a una platea tanto numerosa quanto interessata, le due professoresse, dopo aver spiegato le motivazioni del progetto (“La storia non è solo un insieme di nozioni fredde e noiose, è il racconto del nostro passato”), e aver letto un messaggio di saluto dell’assessore alle Politiche Giovanili e alla Cittadinanza Attiva Gianni Russo (“L’amministrazione comunale intende perseguire, anche attraverso finanziamenti esterni, la conservazione e il recupero dei beni storici, anche quelli al momento non fruibili, utilizzando fra l’altro materiali divulgativi e promozionali, guide degli itinerari storici, coinvolgendo le varie associazioni e creando opportunità di occupazione giovanile”), hanno ceduto la parola a due dei più noti studiosi molesi, Pino Berlingerio e Martino Vitulli, che hanno aiutato i ragazzi a reperire informazioni sulla vita a Mola e dintorni nel ‘600, e sulla storia della chiesetta. Il primo a parlare è stato Pino Berlingerio: “Operazioni così andrebbero condotte con tutti i molesi e non solo coi ragazzi, poiché il molese ha la memoria corta, ma è importante conoscere il proprio passato per conoscere chi si è e sapere dove si sta andando. Quando questa chiesetta fu costruita questa zona di Mola esisteva da pochissimo, fino a pochi anni prima esistevano solo le case del borgo antico. Le case di allora erano tuguri in cui le famiglie, numerose, vivevano coi propri animali (i lavori principali erano per lo più la pesca, l’agricoltura e il commercio dell’olio), il che certamente favorì il diffondersi dell’epidemia. Il vettore della peste è la pulce, che con la sua puntura trasmette la Yersinia pestis, il germe della peste. Il 1691 fu un anno caldissimo, che causò la morte di molti animali come i ratti. Come se non bastasse, le autorità cercarono di far passare sotto silenzio gli episodi di peste, per paura delle ripercussioni sul commercio. In seguito, quando l’epidemia era ormai diffusa, furono erette mura e bruciate barche per impedire che la gente tentasse la fuga sia via mare che via terra. Intanto nelle case i vestiti e gli oggetti preziosi venivano sequestrati con la scusa di bruciarli, e molti ragazzini furono mandati nei lazzaretti perché sospettati di essere contagiati, ma in realtà era proprio nel lazzaretto che finivano per ammalarsi. L’arciprete Giuseppe Zuccarino si rifugiò a San Materno, mentre i monaci di Sant’Antonio portarono aiuto alla popolazione, anche andando incontro alla morte. In poco tempo, la peste portò via non solo le vite umane ma anche il senso della sacralità delle cose, come sempre accade quando la priorità è sopravvivere. Davanti a questa perdita di valori il canonico Giovanni Antonio Susca, membro di una famiglia di notabili, decise di costruire questa chiesetta, probabilmente su edifici preesistenti. Rappresenta un inno alla vita che rinasceva (san Giacomo e sant’Anna sono i protettori delle partorienti), e anche un segno della vicinanza delle famiglie notabili alla popolazione”. La parola è passata a Martino Vitulli: “Susca era devoto a san Giacomo perché era sopravvissuto al contagio. San Giacomo era l’apostolo fratello di san Giovanni, e i due nel Vangelo sono chiamati ‘figli del tuono’. Sin dal XIV secolo abbiamo notizia di quattordici santi protettori, e san Giacomo era annoverato fra loro. Questo edificio fu scoperto nel 1964 da Enzo Linsalata mentre venivano effettuati lavori all’edificio accanto. Speriamo di riuscire a fermarne il degrado. A proposito, sapete che i soldi per i regali della Prima Comunione possono essere destinati al restauro di parte dei beni ecclesiastici?”

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Al termine della conferenza ci siamo tutti spostati verso un’altra chiesa, quella di San Giovanni Battista, dove i ragazzi della III G hanno messo in scena lo spettacolo “La peste a Mola”. Ciò che i due studiosi hanno spiegato (l’insinuarsi della paura della peste, i primi contagi, il cinismo del potere, le famiglie spezzate dai lutti, la lenta rinascita), questi alunni lo hanno fatto rivivere con un’intensità davvero sorprendente per dei ragazzi così giovani. Merito dell’esperta e sapiente regia di Pino Aversa e della sua preziosa assistente Annalisa Boni, della compagnia TeatroForma. Ed è proprio Aversa che a fine spettacolo, davanti a una chiesa fortunatamente piena di gente, ha ringraziato questi ragazzi (ricordando la fatica che ci è voluta per ottenere un sì ragguardevole risultato) poiché “pur nelle condizioni in cui versa oggi la scuola, abbiamo ancora delle eccellenze, come la professoressa Mannarino, la preside Brunelli, e genitori e ragazzi che hanno dato tutto a questo spettacolo”. Ora sta a noi cittadini prenderne qualcosa da imparare.

Vito Giustino

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