#raccontidiviaggio: oltre la linea gialla

#raccontidiviaggio: ore 6.20, è ancora buio. Il treno diretto a Lecce è già affollato. Sono sulla seconda carrozza, l’ordore nauseabondo di pipì viene fuori come un ospite indesiderato. Cerco un posto tranquillo vicino al finestrino lato mare per lasciami trasportare dal panorama. Intorno a me il silenzio è interrotto da piccoli suoni involontari: uno sbadiglio, la cerniera si una borsa che si apre, lo scricchiolio tra i denti della mia caramella.

Ogni volta che salgo in una carrozza, tutte le mattine una diversa, mi sembra di fare un salto in un mondo parallelo, come se i passeggeri fossero intrappolati in uno spazio temporale che esiste fino a quando il treno è in corsa. Chi sale porta con sé i suoi pensieri, tic, manie. Chi scende e come se non esistesse più poiché è già altro rispetto al momento in cui era salito.

In quello spazio condiviso forzatamente, al di là della lunga linea gialla che separa il treno dalla terra battuta, l’uomo si trasforma e anche la persona meno incline alle relazioni mostra segni di socialità.

I pendolari, viaggianti professionisti, tra loro si riconoscono e come un branco di lupi, dopo essersi annusati, condividono gli stessi posti, vivono il tempo della risata, della divagazione senza condoni.

Le diverse inflessioni dialettali segnano non l’origine o la provenienza bensì la Stazione di partenza, quella dove ciascuno ha lasciato la sua vita canonica.  Molte parole si pedono nella bocca e quelle che escono sono solo consonanti evolute che hanno perso l’uso delle vocali: m, dvr, C f s.

Io non vorrei ascoltarle, faccio di tutto. Leggo, penso alle cose da fare nella giornata, organizzo mentalmente il tempo ma poi… Cf, mp mp, srt, ckz… ecco sono lì che galleggiano nell’aria come chiuse in una bolla di sapone. Involontariamente si uniscono e il mio cervello attribuisce loro significato, così alla fine della corsa, senza che abbia mai emesso un fonema, nel branco ci sono finita anch’io come ospite silenzioso.

 

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