Mine vaganti

#raccontidiviaggio, 5 ottobre, ore 7. Quando viaggi in treno si entra in contatto con altri individui che solo per caso scelgono il tuo stesso scompartimento e nel peggiore dei casi o migliore, dipende dalle circostanze, il posto vicino al tuo.

Non sono lì ad origliare, ahimè il vagone è piccolo e anche i finestrini hanno orecchi. Cerco di leggere ma a volte i rumori di sottofondo sono snervanti, preferisco pensare e scrivere. Mi ritrovo così ad osservare le dinamiche relazionali di adulti, uomini e donne indistintamente, quasi fossi un antropologo dei tempi moderni.

C’è chi fa sempre domande e induce l’altro a dare risposte😟 che spesso sono di circostanza, poiché chi chiacchiera in treno non vuol proprio parlare con un altro, vuole parlare e basta! Occupare gli spazi vuoti fatti di silenzio e in virtù di ciò spesso il protagonista dà fiato a pensieri vacui..

E’ il caso della signora che ho incontrato oggi. Dovevano essere le 6.20 del mattino quando è salita sul treno. Dalla stazione di Polignano a Mare fino a Lecce non ha mai preso fiato, tanto che mi stavo preoccupando per la sua compagna di viaggio. Dovete sapere che il linguaggio del corpo non mente e la poverina era particolarmente provata.

Di lei ho scoperto tutto, è sposata ha un figlio di 3 anni e fa il medico. Sì perché tra discorsi di polmoni “offesi”, bioplasie, tessuti e vene vattela a pesca (non sono esperta) ci infilava quale argomento di famiglia, senza mai distrarsi un attimo, dispensando consigli su vari argomenti. Come la sua idea di portare il figlio da due guru dell’inglese madreligua. Una coppia che, pare, a Rutigliano nella terra dell’uva, abbiano aperto un doposcuola molto particolare. I bambini devono per forza parlare in inglese.

Sai – ha detto alla compagna ormai rassegnata – mio figlio non posso portarlo perché accolgono dai 6 anni in su!“. Che dispiacere!!! E continuando a tutto spiano ha indagato nella vita dell’altra. “Si ma cosa stai studiando per il concorso? Ma lo sai che a Potenza non si è presentato nessuno e quelli che hanno preso sono stati quelli che stavano…, li hanno presi tutti! Io no, Potenza, no. Troppo lontano ho famiglia.!!!”

Ecciuuuuu, il tempo di uno starnuto e ha ricominciato associando alle parole anche i gesti quasi a voler operare in vagone: “Endocrino, piccolo intestino…”. Mhamm. Mi sto sentendo male.

Fortunatamente dall’alto dei cieli è arrivata la voce registrata: “Siamo a Lecce. Siamo a Lecce”.  L’amica ha tirato un sospiro di sollievo e io pure.