• sabato , 23 settembre 2017

CONVERSANO, DAL SEME AL MANDORLO FILIPPO CEA

CONVERSANO – Avevo all’incirca otto anni, mia madre e mio padre erano partiti per un viaggio a Loreto e mi avevano lasciata con i nonni paterni. Era la fine dell’estate, me lo ricordo come se fosse oggi. Mia nonna mi caricava sul “carrozzino”, per l’esattezza un tre ruote di colore azzurro guidato da nonno Paquale, e tra le retine e le cassette per la raccolta delle mandorle io ero felice.  Immersa nella campagna, passavo la giornata a scorrazzare liberamente e a far finta di aiutare i nonni nella dura e faticosa raccolta delle mandorle, rigorosamente fatta a mano. Ma il momento più bello era la pulitura, io ero l’addetta alle mandorle monache (mell’ mnch’), quelle che non vuole nessuno, hanno la buccia grigia che non si stacca dal guscio, con il frutto leggero o vuoto. Mio nonno svuotava il grosso sacco su un tavolo e si iniziava la caccia… Che bei ricordi, che nostalgia della terra che ti insegna a vivere di ciò che hai, al rispetto e alla sacralità di certi riti contadini che abbiamo perso inglobati e ingoiati dalla bulimia della società del progresso. Mi sono riaffiorati ascoltando il racconto dell’ing. Giovanni Ceglia, presidente dell’associazione Famiglia Filippo Cea, nel corso del seminario: “La mandorla patrimonio di una terra, beneficio di un popolo. -sfruttamento, produzione, prospettive economiche di un antico frutto”, nell’ambito dell’evento Madorle a Corte IV edizione. A moderare il dibattito Michele Fortunato.

Come può non emozionare la storia di un mandorlo nato da un seme caduto dal becco di un uccello, cresciuto nelle campagne di Toritto grazie alle amorevoli cure di un “cristiano” – come ha più volte ribadito l’ingegnere – salvato dall’amore di un contadino che ha compreso quanto quell’albero, forte e rigoglioso, nato dalla terra senza alcun innesto, lo avrebbe ricambiato nel tempo con frutti di grande pregio per qualità organolettiche e grande resa. Oggi quell’albero, che porta il nome di Filippo Cea, quale scopritore della cultivar, ha superato il secolo, eppure gli alberi di mandarlo non vanno oltre gli ottant’anni, ciò a dimostrazione della sua eccellenza, della sua resistenza al tempo e alla siccità. Un’eccellenza tutta pugliese che l’associazione Famiglia Cea sta perseguendo con il riconoscimento DOP regionale e ministeriale. Giovanni Ceglia, insieme al cugino e pediatra Gianfranco Geronimo (anch’egli presente al convegno), discendenti di Cea, si sono posti degli obiettivi ben precisi: registrare, preservare, trasmettere questa cultivar che fa della terra di Toritto e  dunque della Puglia un punto di riferimento nel settore della mandorla. E su questa strada che dovremmo perseguire i nostri obiettivi di rinascita, crescita e sviluppo. “Certo si tratta di una nicchia di mercato – ha spiegato Ceglia – ma chi ha i soldi per investire, la Cina per esempio, vuole prodotti di qualità. Cerca le eccellenze e noi stiamo lavorando per questo, per dare un’occasione al nostro territorio; per questa ragione faremo il possibile per tutelarlo anche contro chi vuole costruire un inceneritore dove la terra é più feconda”. 

Come non dargli torto. Ho visto la voragine della discarica Lombardi ingoiare le terre di molti contadini conversanesi, comprese quelle dei miei nonni… la Pescara non c’è più, come non c’è più mio nonno Pasquale…restano solo i ricordi di una campagna che cerca di rinascere. Non solo ciliegie e ulivi a Conversano. Deve tornare il mandorlo!. La qualità Genco – ha spiegato l’agronomo Tonio Totaro –  é quella che nella terra di Bari si contende il primato della miglior cultivar insieme alla Cea”. Il professor  Marino Palasciano, del Dipartimento di Scienze del Suolo, delle Piante e degli Alimenti, Università, degli studi di Bari, ne é convito. Noi ce lo auguriamo, perché la terra   è la nostra vita.

Maria Sportelli

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