• mercoledì , 22 novembre 2017

BARI, “PASOLINI PRIMA E… DOPO” IN SCENA ALLA VALLISA

BARI – Molti gli eventi con cui a Bari si è voluto celebrare Pier Paolo Pasolini nel 42° anniversario della sua morte, avvenuta la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975. Uno di questi è stato il recital tenuto l’altra sera alla Vallisa di Bari dalla compagnia L’Occhio del Ciclone Theater, “Pasolini – Prima e… Dopo”, per la regia di Lino De Venuto, presente anche in scena nei panni del poeta.

Lo vediamo emergere dal buio della scena, rimettersi in piedi e togliersi dal volto il sacchetto di plastica con cui è stato soffocato. Da quel momento inizia a ripercorrere la sua vita, rappresentata come un lungo viaggio in treno (“Più della metà dei miei versi sono stati pensati, o scritti, in treno”, diceva) in cui il passaggio da una fermata all’altra è scandito dall’annuncio del capostazione o dallo scrosciare della pioggia (quest’ultima in riferimento all’intervista rilasciata da Pasolini poche ore prima di morire a Furio Colombo dell’Unità, che lui stesso suggerì di intitolare “Siamo tutti in pericolo” e in cui descrivendo la perdita di valori e la corruzione ormai dilagante in tutti i livelli della società, faceva una similitudine con “quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. L’acqua sale, è un’acqua innocente, acqua piovana, […] ma sale e ti annega. Se siamo a questo punto io dico: […] Vediamo dove si sgorga questa maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati.”).

Ogni fermata è un incontro, e ogni incontro è per Pier Paolo un’occasione di riflessione. Ascolta donne borghesi che pensano solo a sistemare se stesse e i figli, gioca a calcio con ragazzi borgatari (la passione di Pasolini per il calcio, “ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, è stata oggetto di un altro spettacolo teatrale di De Venuto, “Paso”) ormai indistinguibili dai borghesi, assiste inerme al sorgere di nuove forme di potere e di schiavitù (che gli ispirarono il suo testamento cinematografico “Salò o Le 120 giornate di Sodoma”), e in tutto questo è sempre solo.

Solo sulla scena, perfino quando interagisce con gli altri. Solo mentre si rivolge al pubblico. Solo mentre recita le parole che lo consegnarono alla Storia (ogni battuta di Pasolini/De Venuto è una citazione da poesie, discorsi, interviste o articoli di giornale dello scrittore) ma che all’epoca non furono comprese da nessuno. Parla del suo tormentato rapporto con la madre, con il sacro, con la politica, con l’intellighenzia. Fino a quella sera sulla spiaggia di Ostia in cui tutto si conclude com’era cominciato, col cadavere di Pier Paolo steso sul palco e un sacchetto di plastica intorno al collo.

De Venuto ci consegna un Pasolini fragile, dolente, perfino disperato, ma mai domo. Una figura talmente complessa che alla fine anche l’attore deve farsi da parte, rinunciare a contenerla. E infatti nel finale De Venuto e tutti gli altri attori della compagnia che egregiamente si sono alternati accanto a lui (Simone Bracci, Gianbattista De Luca, Emanuella Lomanzo, Pietro Matarrese, Tiziana Nuzzo, Nicolò Restaini) escono dai loro personaggi e si mettono intorno a un’immagine di Pasolini, raccontandogli cosa è diventato per i contemporanei. Lui che temeva la cultura pop finto-trasgressiva in arrivo è diventato un’icona di quella cultura. Lui che non aveva paura di passare per eretico è divenuto un dogma indiscutibile. Lui che aveva orrore dell’omologazione del pensiero è diventato l’intellettuale più applaudito dai conformisti che se lo avessero ascoltato in vita lo avrebbero fischiato. Lui che non ha mai smesso di predicare l’importanza della cultura viene citato da persone che non lo hanno nemmeno letto.

Meglio ricordarlo, infine, con parole uscite da menti alla sua altezza. Un cesto, contenente gli articoli di giornale che diversi intellettuali (Eduardo De Filippo, Giorgio Caproni, Elsa Morante, Laura Betti, Aleikos Panagulis…) scrissero alla sua morte, viene porto a una spettatrice in prima fila che pesca un foglio. E’ l’articolo di Oriana Fallaci, che viene letto da un’altra spettatrice. E sulle parole di un’altra grande intellettuale che pagò care le sue scelte di campo ma a cui la Storia sta lentamente e inesorabilmente dando ragione, si chiude il sipario. Lo spettacolo è finito, ma l’opera del genio continua.

Vito Giustino

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Related Posts