• sabato , 21 ottobre 2017

A POLIGNANO SI PARLA DI “CAROSELLO”

POLIGNANO – Il Carosello ebbe inizio il 3 febbraio 1957 e si concluse l’1 gennaio 1977. Ma ancora oggi sono in molti a ricordare i personaggi e i tormentoni che questa serie di spot pubblicitari (quando ancora non si chiamavano così) travestiti da cortometraggi lanciò. Un’opera, fatta di tante piccole opere, che ha inciso sulla cultura popolare contemporanea e successiva. E quando si parla di cultura, in qualsiasi sua forma, si torna sempre a parlare dell’assessore polignanese Marilena Abbatepaolo, che ha voluto dedicare un ultimo appuntamento fuori programma della rassegna “EquiLibri Polignanesi” (che va in vacanza fino a settembre) a una “lezione” del professor Franco Liuzzi (docente di Scienze della Comunicazione all’Università di Bari) dal titolo “Carosello. Ingegno italiano”.

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E davvero gli aneddoti di Liuzzi hanno dato un’idea della concentrazione di ingegni che collaborarono a questi mini-film, e a cui la Rai di allora (dai tempi infinitamente più lenti della tv odierna) permise di esprimersi al meglio. Paradossalmente anche con le censure (alcune davvero deliranti, come il divieto di usare l’espressione “è inaudito” che avrebbe ricordato per assonanza il presidente Einaudi), davanti alle quali i creativi dovevano escogitare scappatoie poi rimaste nella storia (dall’impossibilità di nominare i purganti nacque il celebre slogan “Falqui, basta la parola”).

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Il primo dei creativi da citare è il regista della sigla, Luciano Emmer, a cui fu comunicato di doverla realizzare solo alla vigilia della messa in onda, e che riuscì a idearla e realizzarla (su musica del compositore barese Raffaele Gervasio) lavorando fino alle 5 del mattino.

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A seguire la prima generazione di “carosellari” (chiamati confidenzialmente così in un’epoca in cui non esisteva ancora la professione di pubblicitario), i creativi che idearono i primi spot.  Le idee c’erano, ma erano confuse, il messaggio pubblicitario non arrivava in maniera chiara, e il creativo Armando Testa scrisse una lettera aperta ai “carosellari” invitandoli a concentrarsi meglio sulla forma da dare al messaggio. Uno di loro, Marcello Marchesi, lo invitò a fare loro scuola, essendo inesperti. Testa accettò. “Pensando ai dibattiti di oggi – sorride Liuzzi – erano decisamente altri tempi”. La prima campagna pubblicitaria in cui si cimentò Testa fu quella del caffè Lavazza ambientata nel west immaginario del Caballero. Dovette sudare sette camicie per farsi accettare il primo spot, a causa della già citata censura che respingeva espressioni equivoche come “hai una bella pistola!”…

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Ma effettivamente quella campagna fece scuola, definendo la struttura del carosello (i primi 105” dedicati al “miele”, cioè il cortometraggio, e i restanti 30 al “codino”, ovvero il messaggio pubblicitario vero e proprio), rimasta invariata nei vent’anni di trasmissione. Tra gli altri creativi che hanno fatto la storia non si possono non citare Osvaldo Cavandoli e la mitica “Linea” (che dopo la fine di Carosello non poté più utilizzare in Italia poiché tutti la associavano alle cucine Lagostina, e Cavandoli fu costretto a emigrare) e il musicista Franco Godi (“nome poco conosciuto, ma autore di tutti i jingle pubblicitari più famosi, un grandissimo talento”).

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Discorso a parte meritano i testimonial, i divi dell’epoca che venivano ingaggiati per prestare la loro immagine al prodotto. Se Marcello Mastroianni e Anna Magnani rifiutarono categoricamente (la Magnani mandò addirittura all’ospedale il funzionario Rai che aveva provato a convincerla), molti loro colleghi accettarono la golosa offerta, 150 milioni (la paga di un film) per un solo giorno di riprese: Lina Volonghi, che dopo aver girato il primo spot fu tagliata fuori dal mondo del teatro per un anno intero; Vittorio Gassman, che incentrò il suo carosello dei Baci Perugina proprio sulla macchietta dell’attore che non presta la sua immagine a un prodotto ma poi accetta per “esigenze alimentari” (espressione coniata allora da Enrico Vaime per indicare quegli attori che accettavano l’offerta perché in ristrettezze economiche); Totò, che ottenne di non essere mai lui a citare il nome del prodotto, il dado Star (incombenza affidata a una voce fuori campo), e che fece in tempo a girare solo otto dei dieci caroselli previsti dal contratto prima che la morte lo cogliesse all’improvviso (e di quegli otto, a causa di un incendio nelle teche Rai, ce ne sono pervenuti soltanto due); Ugo Tognazzi, che accettò l’offerta della Negroni in segno di “vendetta” (da giovanissimo aveva lavorato per quell’azienda come fattorino sottopagato); Ernesto Calindri, autore di un clamoroso “alto tradimento” (passò dalla pubblicità della Martini a quella del diretto concorrente, Cynar)…

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Una lunga serie di storie, che a un certo punto dovette finire. Il 1° gennaio del ’77, un anonimo spot con Raffaella Carrà che salutava l’anno nuovo chiuse la serie, che la Rai aveva deciso di sopprimere in un’epoca in cui la comunicazione pubblicitaria ormai stava cambiando. Sconcerto del pubblico, gran parlare dei giornali, che si divisero fra coloro che rimpiangevano la fine di un’era e quelli che non avevano mai accettato una rappresentazione dell’Italia tutto sommato lontana dalla realtà.

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Insomma, Carosello divideva, come tutto ciò che lascia un segno. E noi, che ancora oggi possiamo vedere molte di quelle opere figlie dell’ingegno di allora, non possiamo fare a meno di chiederci quante delle creazioni televisive (pubblicitarie e non) di oggi vinceranno la sfida del tempo facendo ancora parlare di sé tra quarant’anni.

Vito Giustino

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