• venerdì , 27 aprile 2018

28 luglio 1943: l’eccidio di via dell’Arca a Bari

Il 28 luglio 1943, a due giorni dall’arresto di Benito Mussolini, in via Nicolò dall’Arca a Bari, si registrò uno degli episodi più inquietanti del dopo fascismo in Italia.
Un reparto dell’esercito ed alcuni individui appostati dietro le finestre della sede locale del Pnf, il Partito nazionale fascista, aprirono contemporaneamente il fuoco su un corteo di circa duecento persone, formato prevalentemente da studenti (medi ed universitari) e diversi insegnanti, oltre ad alcuni giovani apprendisti operai e molti semplici cittadini.
Tra gli insegnanti che manifestarono quel giorno, vi erano volti noti per l’avversione al fascismo, uomini e donne che, tramite il loro lavoro, erano stati capaci, anche negli anni della dittatura e del conseguente clima di conformismo della cultura, di non piegarsi e di non far dimenticare del tutto la parola “libertà”.
Il liceo classico Orazio Flacco di Bari, ad esempio, grazie ad alcune illustri minoranze critiche (come il professor Fabrizio Canfora, docente di filosofia, o le professoresse Maria Papalia e Anna Macchioro, di chiare idee liberalsocialiste), aveva rappresentato un coraggioso baluardo della cultura avversa al regime, anche in virtù dei profondi legami con l’antifascismo cittadino, che trovava in Benedetto Croce, Tommaso Fiore e la casa editrice Laterza, solidi punti di riferimento.
La mattina del 28 luglio, il corteo degli antifascisti stava inneggiando alla libertà e si dirigeva pacificamente verso il carcere cittadino, poiché si era sparsa la notizia della imminente scarcerazione di numerosi prigionieri politici.
All’improvviso sulla folla in cammino venne aperto il fuoco: si sparò ad altezza uomo e ci furono venti morti e più di cinquanta feriti.
Al terribile episodio, seguì poi una durissima repressione: durante la notte, la Questura di Bari eseguì il fermo di moltissimi giovani che avevano partecipato alla manifestazione ed erano scampati alla strage.
Tra gli altri, venne arrestato Luigi de Secly, redattore capo della Gazzetta e futuro direttore del giornale: la colpa era aver scritto un articolo intitolato «Viva la libertà».
Gli apparati dello Stato, ereditati dal passato regime, riuscirono per circa un anno, con la censura e la repressione, a tenere nascosto l’eccidio, ma la notizia raggiunse comunque gli esuli antifascisti.
Tra questi, Gaetano Salvemini e Luigi Einaudi, rimasero impressionati dalla violenza inaudita del vecchio stato e della restaurazione autoritaria tentata da Badoglio e dalla monarchia.
Insieme a molti altri, essi diventarono i protagonisti di una intensa e drammatica stagione politica, portando avanti la battaglia per la libertà di stampa e per il rinnovamento istituzionale.

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